Jane Austen – Padri e paternità nei romanzi di Jane Austen

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Jane Austen – Padri e paternità nei romanzi di Jane Austen

Jane Austen e i padri: come presenta queste figure? Quali preferisce? Come possiamo interpretare meglio i comportamenti di ciascuno? Padri e paternità nei romanzi di Jane Austen.

Dedicato al mio papà per la festa del papà!!!

La paternità ai tempi di Jane Austen

Abbiamo visto in altri articoli la maternità in epoca Regency, affrontandone vari aspetti. Ma i padri? Come vivevano la famiglia, i doveri? E soprattutto, che doveri avevano?

Il rigido codice di comportamento dominante in epoca Regency implicava che i rapporti fra i due sessi fossero strettamente regolati e che una coppia potesse avere intimità solo dopo le nozze. Intimità non solo, ma soprattutto, fisica: i fidanzati erano ancora sorvegliati da chaperon e anche le loro conversazioni non si addentravano con facilità nella sfera più privata. Avevano il privilegio di  scambiarsi lettere, ma spesso si arrivava al  matrimonio sapendo poco gli uni degli altri. E del sesso ancora meno… specie le donne.

La felicità nel matrimonio è solo una questione di fortuna. Per quanto due persone possano conoscersi a fondo in precedenza, o avere caratteri simili, ciò non influirà minimamente sulla loro felicità. In seguito troveranno sempre qualcosa che li dividerà a sufficienza per far avere a ciascuno dei due la propria parte di malumore; ed è meglio conoscere il meno possibile i difetti della persona con la quale passerai il resto della tua vita. (charlotte Lucas in Orgoglio e Pregiudizio, Volume primo, capitolo 6)

Il sistema era strutturato per tutelare la maternità, almeno secondo le intenzioni: la divisione dei compiti era molto netta per poter mandare avanti le famiglie nel miglior modo possibile. L’emancipazione della donna passa attraverso il progresso tecnologico, fino all’avvento della tecnologia di supporto domestico, alle donne era delegato il costante, gravoso e impegnativo compito di gestione di case e cucine, e spesso anche del supporto economico con lavori esterni (mal  retribuiti). Senza entrare nel merito dell’emancipazione femminile, che era ancora al di là da venire, alle madri erano deputati specifici incarichi educativi (condivisi nelle  fasce elevate da servitù ad uopo predisposta) ai padri era invece richiesta la gestione economica della famiglia, non solo dal punto di vista del guadagno, ma anche della distribuzione patrimoniale.

Il padre della sposa

Nel sistema di eredità in epoca Regency, nelle famiglie nobiliari il patrimonio veniva quasi per intero ereditato dal primogenito maschio: tutti i beni legati al titolo si spostavano in blocco all’erede del titolo stesso. I padri potevano, però, assegnare agli altri figli appannaggi e dovevano provvedere alle figlie femmine una dote adeguata.

Nelle famiglie non titolate, i beni venivano divisi fra i figli a meno che non ci fossero legati particolari. La tenuta di Longbourn in Orgoglio e Pregiudizio, per esempio, passa a causa di un legato all’erede maschio più prossimo, perciò da Mr. Bennet a Mr Collins, mentre Emma e sua sorella possono ereditare Harfield.

In realtà, in questo  caso specifico, solo Emma è  erede diretta dei beni paterni, perché sua sorella è sposata e quindi ogni suo patrimonio o possedimento passa al marito. Le donne sposate, in epoca Regency, non possedevano nulla personalmente.

Essere zitella, tuttavia,  una condizione socialmente svantaggiata, anche se dalla stessa Emma:

È solo la povertà a rendere il nubilato spregevole per un pubblico magnanimo! Una donna non sposata, con un’entrata molto esigua, certo che è una vecchia zitella ridicola e antipatica! il bersaglio naturale di ragazzini e ragazzine; ma una donna non sposata, se ricca, è sempre rispettabile, e può essere giudiziosa e gradevole come chiunque altra. E questa distinzione non è affatto in contrasto con il candore e il senso comune, come può apparire in un primo momento, perché un’entrata molto esigua ha la tendenza a restringere la mente, e a inasprire il carattere. (Emma, Volume primo, capitolo 10)

the village wedding sir samuel luke fildes1883
the village wedding sir samuel luke fildes1883

Dunque, una zitella ricca è una donna indipendente, quanto lo diventa una vedova senza figli. Le vedove, in ogni caso, rientravano in possesso della dote stanziata all’atto del matrimonio.

I padri, dunque, provvedevano una dote, sempre che il patrimonio famigliare lo permettesse.

In tanti episodi dei romanzi di Jane Austen vengono discussi i termini delle doti e dei sostegni che i padri dei figli maschi sono disposti a dare alle famiglie in formazione.

Emma Woodhouse è una donna da 300000 sterline, per esempio, mentre le sorelle Dashwood hanno una dote di 1000 sterline, interamente ricavata dal patrimonio della madre vedova, in quanto nessuna di loro ha ricevuto lasciti di altro genere né dal padre né dal fratello-simpatia.

Il signor Morland, padre di una prole numerosa come le stelle del cielo, assegna a Cathrine una dote di 3000 sterline, ma al figlio George una rendita annua di 400 sterline l’anno, probabilmente in previsione che il giovanotto si renda presto in grado grazie agli studi compiuti di rendersi indipendente economicamente.

“Certo, quattrocento sterline sono un’entrata esigua per cominciare, ma i tuoi desideri, mia cara Isabella, sono così moderati, che non ti rendi conto di quanto chiedi sempre così poco, mia cara… (Northanger abbey,  Volume secondo, capitolo 1)

Se pensiamo che Lydia Bennet ne riceve 100 all’anno più cinquanta in eredità alla morte del padre, come dote, e che la cifra è assolutamente bassa, capiamo quanto l’intervento economico di Darcy abbia avuto peso.

In realtà, nei romanzi di Jane Austen si parla sempre di denaro, di dote, di rendite, di valore: il  mondo femminile ruota attorno a queste “quisquilie” proprio perché le donne non possono guadagnarsi la vita. E intorno al soldo, spesso gira il rapporto padri e figlie, per la carenza o per l’abbondanza di denaro, il vero determinante del futuro femminile.

Padri e paternità nei romanzi di Jane Austen

Padri e paternità nei romanzi di Jane Austen – il punto di vista affettivo

Se dietro al denaro Jane spende parecchie righe di riflessioni, è il rapporto affettivo fra padri e figli che si cela fra le parole non dette e quando Jane Austen tace un argomento, lo sentiamo vibrare ancora più forte.

Se i rapporti fra madri e figlie risultano sempre complicati, se le madri spesso e volentieri rasentano il ridicolo o si avvicinano a qualche disturbo psicologico, coi padri Jane Austen va un po’ più leggera… o quasi.

Si ha sempre l’impressione che la scrittrice non giudici, o giudichi con molta più indulgenza i padri rispetto alle madri.

Non sta a me fare indagini psicologiche, però vero è che Jane Austen, come tante altre donne di cultura dell’epoca, deve il suo accesso ai libri e al sapere principalmente al fatto d’avere un padre colto, don disponibilità di libri, passione per la cultura e convinto del valore dell’istruzione. Si studiava quando i padri lo ritenevano importante: le madri avevano ben poca voce in capitolo, al massimo potevano essere d’accordo col marito…

Le eroine di Jane amano sinceramente i loro padri. I padri talvolta sono manchevoli verso le figlie, ma le giovani donne la prendono sempre con grande filosofia. Con una forma di rispetto che talvolta oggi ci lascia perfino stupiti.

Ragione e Sentimento – la paternità in Jane Austen

In Ragione e Sentimento la storia si apre sulla morte del padre, duplice dramma per le donne Dashwood: la perdita affettiva è dolorosa al pari di quella economica.

Il padre è il grande assente, quello a cui attorno ruota silenziosamente tutta la vicenda: la promessa fatta dal figlio maggiore in punto di morte e non rispettatata; la vita della famiglia prima e dopo la sua morte… la figura del padre, la sua scomparsa servono a Jane Austen a fare una vera e propria denuncia sociale, mostrando come le donne Dashwood rimangano alla mercé del destino e del buon cuore dei familiari, solo perché non c’è stato modo alcuno per tutelarle diversamente.

Anche per i Ferrars, il vero dramma dipende da una madre vedova, tiranna e senza il freno d’un marito, buono o cattivo che sia.

Orgoglio e Pregiudizio – Il grande papà sbaglia

Tutti i lettori odiano Mrs Bennet e adorano Mr. Bennet. Perdonatemi, ma sono una voce fuori dal coro. Mrs Bennet vive in funzione delle figlie, sapendo molto bene che la loro felicità, anzi, la loro sopravvivenza, è appesa a un filo (vedi Dashwood). Babbo Bennet ci è simpatico perché ppiace a Lizzie, che è la sua cocca. Papà Bennet ironizza costantemente, ironizza su una moglie sciocca, sulle figlie sciocche, ma non fa nulla per migliorare la  situazione domestica, se non chiudersi nel suo studio. Persino le crisi della moglie, dovute alla gravissima caduta di Lidia, vengono delegate alle figlie. Non è di supporto a nessuno, non è di consolazione a nessuno, fallisce nell’unico compito vero che ha: tutelare le figlie e sorvegliarne il comportamento. La sua apparente simpatia ci delude, quando di fronte ai veri problemi risulta incapace di una vera risoluzione. F0orse sono gli occhi della stessa Lizzie a venire offuscati, o meglio a perdere il velo che le mostrava il padre perfetto, a partire dal momento in cui cerca di convincerlo a non mandare Lydia a Brighton ed egli la liquida preferendo il quieto vivere alla responsabilità.

Ma padri sono anche sullo sfondo: il padre di Darcy, al centro delle bugie di Wickham, che nasconde le proprie colpe dietro una presunta contesa d’affetto, padre è anche sir Lucas, più preso dal proprio titolo acquisito che dalla preoccupazione di sistemare decentemente la prole per il fututo.

Dove i padri mostrano le loro mancanze, vediamo sorgere figlie piene di giudizio (e talvolta… pregiudizio!)

la neve nell'arte del 1800

Emma – il padre diventa figlio

In Emma abbiamo una figura paterna che ci fa sorridere affettuosamente. Ma è il padre più complesso fra tutti.

Rimasto vedovo, è stato per le figlie padre e madre e delle due figure ha preso pregi e difetti. Preoccupato per tutto, ipocondriaco, in preda ad ansie di ogni genere e per ogni cosa: esprime un femminile simile a quello di Mrs Bennet, ma nello stesso tempo una premura verso i suoi cari così forte da renderlo iper protettivo verso la famiglia.

È un papà che non è quasi più uomo, che ci immaginiamo più vecchio della sua vera età: quasi ci stupiamo che sia in grado di compiere le sue lunghe passeggiate, ma pensiamo che Emma ha 21 anni, Isabella qualche anno in più: Mr Woodhouse avrà al massimo cinquant’anni, vissuti tutto sommato ben alimentato e in buona salute.

Emma adora suo padre e ha con lui una pazienza incredibile: la dolcezza con cui affronta le sue mattane senza mai arrabbiarsi o prendersela è forse l’unica sua caratteristica che ce la rende simpatica.

Mr Woodhouse ha cresciuto le figlie da solo: una soluzione diversa è quella scelta da Mr Weston, che nell’impossibilità di occuparsi del figlio, lo lascia adottare dagli zii.

Mansfielfd Park – padri lontani

Mansfield Park è il romanzo dei padri lontani. Lontano da Fanny Mr. Price, che analogamente a Mr. Weston accetta di affidare la figlia agli zii, anche se ben diversa è la situazione: non è lui a trattare, ma la moglie, e Fanny, di fatto, non viene adottata.  Ancora più lontano e assente: una figura che viene tratteggiata come la peggior scelta della vita di Mrs. Price e poco di più. Meglio assente che presente: è un uomo imbarazzante.

Sir Bertram, al contrario, è al centro della scena sia quando c’è, sia – e ancor di più – quando non c’è.

Del suo rapporto coi figli, ma soprattutto con le figlie leggiamo:

Sir Thomas non sapeva di queste mancanze, poiché, sebbene fosse un padre sinceramente premuroso, non mostrava esteriormente il suo affetto, e la riservatezza dei suoi modi reprimeva tutti i loro slanci di fronte di lui. (Mansfield Park, Volume primo, capitolo 2)

e dell’affetto che ottiene dalle figlie “grazie a questo suo apparente distacco:

Non provavano amore per il padre, non si era mai dimostrato propenso alle cose che piacevano a loro, e la sua assenza era sfortunatamente più che benvenuta (Mansfield Park, Volume Volume primo, capitolo 3).

Il dibattito su di lui è aperto: è un padre padrone d’altri tempi, che impone la propria volontà senza riuscire a “vedere” davvero i suoi figli, oppure è un uomo non avvezzo a dar ascolto al cuore e per questo severamente punito dai figli, che disattendono ogni suo desiderio?

I titoli di cortesia inglesi
Thomas Tyndall with wife and Children by Thomas Beach c.1800

Mansfield Park è un meta romanzo sotto più punti di vista: in scena non c’è solo la commedia che rappresenta la libertà dei figli durante l’assenza del padre, ma ci ricorda “la fiera delle vanità”:

Il Regista che siede sul palcoscenico davanti al sipario a contemplare la Fiera, si sente pervadere dal sentimento di profonda malinconia che gli ispira quel luogo brulicante di folla. Non si fa che mangiare e bere, amoreggiare e piantarsi, ridere e piangere; non si fa che fumare, imbrogliare il prossimo, altercare, ballare e strimpellare. Ci sono smargiassi che si aprono un varco a spintoni, bellimbusti che fanno l’occhio dolce alle donne, ladruncoli pronti a svuotar le tasche, poliziotti all’erta, imbonitori (altri imbonitori, che il diavolo se li porti!) che strepitano davanti ai loro baracconi, zotici col naso all’aria a guardare i ballerini in vesti multicolori, i poveri acrobati dal viso impiastricciato di belletto, mentre individui dalle dita agili e leggere armeggiano con le loro tasche posteriori. Sì, questa è la “Fiera delle Vanità”: non è certo un luogo morale, e nemmeno allegro, ad onta di tanto chiasso.” (La fiera delle vanità)

Sir Bertram è un padre assente anche quando c’è, perché assente emotivamente; è un padre che opprime anche quando non c’è.

Northanger Abbey e persuasione – il pessimo babbo

Accosto i due romanzi, perché la palma del pessimo babbo se la contendono Sir Eliot e il generale Tilney.

Semplicemente brutte persone che non possono essere padri migliori. Il loro scopo nella vita è apparire, ciascuno coi mezzi che ha a disposizione. Il generale, in più, utilizza i figli, o almeno ci prova, per fare la scalata.

Appartengono entrambi a un mondo passato, che Jane Austen condanna attraverso il loro comportamento: un mondo di vanità, di inutilità, di superficialità. Il settecento delle corti, in cui apparire è meglio che essere, possedere è meglio che conoscere.

Sono genitori che restano privi di una compagna, altri vedovi incapaci di prendersi cura della prole e del tutto disinteressati a farlo.

A pagare le conseguenze sono i figli che, inaspettatamente, vengono su meglio.

Elizabeth Eliot, la bella, la prediletta… (la zitella, ma non lo diciamo troppo forte) cresce in simbiosi col padre, diventandone la versione al femminile. Mary si sposa, ma vive una vita misera, costantemente alla ricerca di attenzioni, di conferme, sempre sentendosi messa da parte, inconsciamente riproponendo lo schema del suo rapporto col padre anche nella famiglia sua (certo, non l’aiutano gli atteggiamenti dei parenti, impietosi quanto Jane Austen nel raccontarla!).

In Northanger, abbiamo un capitano Tilney che è il più viscido libertino calcolatore che possiamo mai immaginare. Nemmeno Willoughby e Wickham raggiungono la sua bassezza. Uguale a suo papà, verrebbe da dire, o comunque degno figlio di degno padre.

Infine, abbiamo i fiori cresciuti  nel deserto dell’aridità di sentimenti paterni: Anne Eliot, dolce, paziente, buona, un’anima purificata dal fuoco; a Northanger troviamo Mr Tilney e sua sorella Eleanor, buoni fin al midollo, lui forse un po’ sarcastico, ma in un uomo fa fico, lei dolce e sottomessa, tremante di fronte al padre ma obbediente fino al martirio (o quasi, perché l’aiuta molto la sorte!).

Christmas Pudding
da Jane austen Word, una famiglia si preapra a mangiare il Christmas Pudding

Padri e paternità nei romanzi di Jane Austen – un paio di considerazioni

Lungi dal voler essere esaustiva in queste piccole riflessioni, posso vedere un percorso tracciato fra i vari romanzi: prima di tutto, buoni o cattivi, se i padri sono accompagnati da buone o cattive madri è sempre meglio. I genitori vedovi fanno sempre dei guai.

Jane, tuttavia, giustifica più facilmente i padri, anche se ci lascia sempre con un dubbio da risolvere:

Lascio decidere a chiunque ne fosse interessato, se quest’opera sia nel complesso tesa a raccomandare la tirannia dei padri, o a premiare la disobbedienza dei figli. (Northanger Abbey Volume secondo, capitolo 16)

Il padre peggiore è il tiranno, il superficiale, lo sfaticato, il piagnone? Chi viene veramente “punito” dalla scrittrice?

Nei romanzi di Jane Austen se ci facciamo caso, per i papà c’è sempre un lieto fine. E io, a chiunque fosse interessato… lascio le conclusioni.

Leggi anche… Le dimore in Jane Austen – Pemberley

Il matrimonio ai tempi di Jane Austen