L’alimentazione vittoriana: i ricchi e i poveri

L’alimentazione vittoriana: i ricchi e i poveri

L’alimentazione vittoriana: i ricchi e i poveri – il divario nutrizionale fra le classi sociali.

Come già evidenziato parlando dell’alimentazione in epoca Regency, il divario fra l’alimentazione dei ricchi e quella dei poveri era abissale, sia per qualità che per quantità.

In epoca vittoriana non c’era ancora alcuna cognizione sui principi nutritivi e sull’equilibrio delle diete, ma già allora si inventavano regole per la corretta alimentazione, più o meno empiriche.

Ricordiamo come alle puerpere e ai malati si riservassero diete liquide, a base di brodo e vino, considerati “leggeri e nutrienti”: Elisabetta d’Austria, fra le varie manie legate alla bellezza, portava avanti una dieta di sua invenzione nella quale prevalevano cibi liquidi, fra cui persino il succo della carne addizionato ad altri alimenti.

zuppa windsor

Il modo di alimentarsi era condizionato da diversi fattori.

La ricchezza era sicuramente uno dei determinanti nella qualità del cibo a disposizione: chi poteva permetterselo mangiava meglio, avendo a disposizione carni più pregiate, verdure più fresche, frutta locale e importata… chi era povero, spesso aveva a disposizione solo alimenti in parte avariati, carne già andata a male, verdure marce.

Sembra incredibile che nei piatti finissero cibi che oggi consideriamo peggio che spazzatura, ma bisogna tenere presente che nell’alimentazione ottocentesca entra in gioco un importante discriminante, fra chi vive in città e chi vive in campagna: questi ultimi avevano a disposizione materie prime almeno in migliori condizioni di conservazione.

Nei mercati cittadini, gli alimenti potevano arrivare già parzialmente alterati, soprattutto nelle stagioni calde: se le parti ancora commestibili finivano nelle pentole dei ricchi, ai poveri restavano gli scarti, pagati a costi più bassi o addirittura così deteriorati da venire regalati.

L’alta mortalità infantile nelle città era anche legata all’assunzione di cibi del tutto malsani, quando il cibo c’era.

Nei piatti dei ricchi arrivavano piatti spesso fin troppo grassi: l’abitudine di abbondare con burro e condimenti arriva anche ai giorni nostri.

La carne

I cibi, come in epoca Regency, erano abbastanza elaborati, ma passa di moda l’idea che il piatto debba stupire i commensali, quindi le presentazioni diventano un po’ meno torreggianti.

Sempre parlando di diversità di alimentazione, in periodo vittoriano viene messa in vendita una carne chiamata broxy: si tratta di quella proveniente da animali malati.

La carne broxy ha un costo più basso rispetto a quella ottenuta da animali sani, ma ovviamente è a rischio, perché non tutte le malattie veterinarie sono innocue per l’uomo.

Sia la carne broxy sia quella avariata venivano consumate previo trattamento di lavaggio con acqua, vino o aceto, che si pensava fossero sufficiente garanzia di disinfezione insieme alla cottura.

Un altro problema che rendeva l’alimentazione dei poveri assai meno varia di quella dei ricchi era la carenza di utensili per la preparazione: di solito nelle cucine dei poveri si disponeva di un pentolone nel quale si cuoceva tutto, per cui alla fine qualunque alimento diventava zuppa. Immaginate che bontà uno zuppone di carne marcia e di verdire ammuffite, con pane nero.

L’alimentazione vittoriana: i ricchi e i poveri

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Il pane

Quando pensiamo a un alimento a basso costo e alla portata di tutti, il primo che ci viene in mente è il pane. E infatti, è da sempre un elemento essenziale dell’alimentazione umana.

Intorno al 1850, Londra fu però teatro di una gravissima adulterazione del pane, con conseguenti gravi problemi che ne derivarono.

I panifici, dovendo far fronte a una sempre crescente richiesta del prodotto e avendo a che fare con clientela spesso indigente, cominciarono ad aggiungere alle formulazioni alimentari sostanze non proprio salubri, quali l’allume, la farina di fagioli e persino intonaco: la produzione era a costo più basso, il peso del prodotto più alto e la gente affamata non notava la differenza, salvo poi soffrire di disturbi di varia entità. I più piccoli erano, come possiamo immaginare, le vittime principali di questi farabutti.

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I fornai, inoltre, non lavoravano sempre in condizioni igieniche ottimali: dovendo produrre grandi quantità di pane, alcuni utilizzavano grandi vasconi in cui impastavano con i piedi. Credo che se non avessero problemi a buttarci dentro allume, ne avessero ancora meno a fare il lavoro coi piedi zozzi.

Era un lavoro durissimo, anche perché i forni dovevano essere tenuti a temperature elevate per una cottura ottimale, e quindi richiedevano grande attenzione per evitare che i pani bruciassero: come anche nella nostra tradizione, tutto questo era lavoro notturno, affinché la mattina nei negozi arrivasse il pane… profumato e fresco.

La regolamentazione per le adulterazioni del pane arriverà solo a fine secolo.

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Il Latte

Anche il latte rischiava di arrivare alle tavole dei poveri in condizioni di cattiva conservazione. Secondo alcune ricerche dell’epoca, niente di meglio che aggiungere una piccola quantità di acido borico o di formalina per renderlo di nuovo salubre. Ovvio che non funzionasse proprio così: e grazie ai fautori di questa “sanificazione” (fra cui la stessa Mrs. Beaton) furono in molti a soffrire di disturbi più o meno gravi per l’avvelenamento.

Luis Pasteur arriva a sperimentare i processi di pastorizzazione solo a partire dal 1863, e prima che il processo venga applicato a livello dell’industria alimentare dovrà passare ancora un o’ di tempo.

L’alimentazione vittoriana: i ricchi e i poveri

Il porridge

Alla fine, sulla mensa dei poveri arrivavano ben pochi alimenti: farine più o meno adulterate, patate, verdure, pane, carne (assai raramente).

Il porridge, di cui abbiamo già parlato in occasione dell’alimentazione Regency, è ed era già nell’800 uno degli alimenti più facili da reperire, sulle mense dei ricchi e dei poveri.

Si tratta di una pappa fatta con farina d’avena, o anche con chicchi macinati, schiacciati o tritati. Si tratta di un piatto molto versatile, che può essere dolce o salato, preparato con acqua, latte, brodo… e che essendo molto saziante, veniva preparato spesso come unico piatto nelle case dei poveri.

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Leggiamo in Dickens, In Oliver Twist, un toccante episodio in cui proprio il porridge diventa protagonista e simbolo della vita durissima dei bambini poveri.

Ogni ragazzo riceveva una scodella di quella pappa; nelle feste solenni gli venivano dati anche due sfilatini di pane. Le scodelle non venivano mai lavate perché i ragazzi le raspavano accanitamente con i cucchiai fino a farle diventare lucide come specchi, dopo di che restavano lì a fissarle con occhi che sembravano quasi star per divorare anche quelle, succhiandosi bene le dita, nella speranza di trovarvi qualche stilla di pappa. (The adventure of Olivers. Traduzione di Maria Silvi)

Il gioco stava tutto nella diluizione: al refettorio dei poveri, per non viziarli troppo, la pappa d’avena viene allungata con più acqua, in modo da riempire per bene la ciotola, ma meno le loro pance.

L’alimentazione vittoriana: i ricchi e i poveri

Per i ricchi, c’erano a disposizione libri di cucina, leccornie d’ogni sorta.

Se la dieta dei poveri era, appunto, povera di tutto, quella dei ricchi comprendeva fin troppo spesso alimenti poco salubri, come grassi e zuccheri, nonché vari tipi di bevande alcoliche. Per i poveri, la sola bevanda alcolica era il gin, ma nei pub si poteva avere la birra, che entrava a far parte a pieno titolo degli alimenti, fornendo qualche caloria in più ai lavoratori.

Sulle tavole dei ricchi non mancano uova, carni, cereali, pane, pesce… vedremo anche qualche alimento tipico del mondo vittoriano.

 

 

 

 

https://www.bclm.co.uk/about/victorian-bakers/741.htm

https://www.bbc.com/news/uk-25259505

https://www.telegraph.co.uk/food-and-drink/features/10-things-i-learnt-from-being-a-victorian-baker/

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0140673601015161

 

 

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