Le case Magdalene – Magdalene Asylum, quando la realtà supera l’horror

Le case Magdalene

Le case Magdalene – Magdalene Asylum, quando la realtà supera l’horror

Le case Magdalene, conosciute come Magdalene asylums, o Magdalene laundries (lavanderie Magdalene), erano un’istituzione nata a scopo benefico nel XVIII secolo. Inizialmente gestite in seno alle associazioni caritative protestanti, passarono progressivamente in gestione a congregazioni cattoliche.

Che cos’erano le Case Magdalene?

Le case Magdalene prendevano il nome, appunto, da Maria Maddalena, che per una grande ingiustizia storica (e in questo c’è una certa ironia della sorte) viene erroneamente identificata come una pubblica peccatrice che si accosta a Gesù con oli profumati e in lacrime.

In realtà, nel Vangelo il nome di quella donna non compare affatto, mentre Maria di Magdala, che seguiva gli apostoli nei loro spostamenti, era cugina di Maria e, insieme ad altre donne, faceva parte del gruppo che sosteneva Cristo, sia aiutando nelle faccende pratiche sia economicamente.

Insomma: Maria Maddalena, che da secoli viene identificata con poco garbo come una prostituta, era in realtà una donna dalla condotta immacolata.

Detto questo, il passaggio alle Case Magdalene è presto fatto: queste istituzioni furono create proprio per le donne peccatrici, o meglio le “donne cadute”. Anche per loro, con poco garbo e ancor meno attenzione, si fa di tutta un’erba un fascio. Si trattava di donne non sposate che si trovavano ad aspettare un figlio, senza distinzione fra ragazze madri di buona famiglia e prostitute.

Inizialmente, queste case erano proprio state pensate per il sostegno delle donne costrette alla prostituzione. Erano nate per dare un futuro ai bambini concepiti in situazioni di disagio sociale e per dare sollevo alle donne che non sarebbero riuscite a crescere i loro figli da sole.

Da qui, il passaggio a vere e proprie case di detenzione è lento e costante, soprattutto quando a entrare nella direzione diventano religiosi cattolici.

Le case Magdalene

La donna caduta e le case Magdalene

Le ragazze madri erano una calamità sociale per se stesse e per le loro famiglie.

Di loro, in particolare delle loro sventure nel diciannovesimo secolo, parleremo in modo approfondito, oggi diremo solo che, qualunque fosse il motivo per cui il loro stato fosse “non coniugate”, l’attesa di un figlio le metteva all’ultimo posto della scala sociale, un gradino appena sopra alle prostitute.

Quando le ragazze madri venivano scacciate da casa (cosa che avveniva di frequente, se la famiglia non aveva umanità e/o possibilità di allontanare le sciagurate mandandole in altre città o in campagna, comunque lontano, magari inventando una vedovanza fasulla), difficilmente trovavano lavoro onesto e finivano sulla strada, a vivere e… lavorare. Molti bambini venivano abbandonati, non sempre in modo che qualcuno potesse prendersene subito cura.

Gli orfanotrofi erano diffusissimi e affollati proprio perché spesso le madri non avevano altra scelta che rinunciare ai loro piccoli, per quanto doloroso e annientante fosse.

Si trattava di drammi personali, sociali e famigliari che distruggevano vite intere.

L’obiettivo iniziale delle case Magdalene era quello di dare sollievo alle donne e un futuro ai bambini: le peccatrici venivano internate e qui si pagavano l’alloggio col lavoro, spesso durissimo, punizione per la loro caduta.

I bambini nati nelle case Magdalene venivano lasciati con le madri per il tempo necessario a svezzarli (cosa che diminuiva la mortalità infantile…) e poi allontanati, per essere inviati in strutture idonee. Le madri, a questo punto, restavano nelle case, soprattutto se non avevano una famiglia che le rivolesse indietro.

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Il film ispirato alla storia delle case Madgalene

La diffusione delle Case Magdalene

Le case Magdalene erano diffuse in Inghilterra, Irlanda, Stati Uniti e Canada.

La prima Casa Magdalena, il Magdalen Hospital for the Reception of Penitent Prostitutes, fu fondata alla fine del 1758 a Whitechapel, nel cuore di Londra da Robert Dingley, un commerciante di seta, Jonas Hanway e John Fielding. L’impostazione era assai diversa da quella che le ha poi rese tristemente famose: le donne erano impegnate in servizi e nell’artigianato e i loro lavoro, oltre a permettere loro un piccolo guadagno, sovvenzionava la struttura stessa.

Un reddito aggiuntivo derivava poi dalle… visite turistiche: come per Bedlam e altre strutture, i ricchi curiosi avevano la possibilità di fare “visite guidate” nei meandri delle oscure vite di poveri e disadattati.

La prima lavanderia Maddalena in Irlanda, il Magdalen Asylum for Penitent Females, arrivò invece nel 1767, su Leeson Street a Dublino, ed era gestita dalla Chiesa anglicana o dalla Chiesa d’Irlanda e ammetteva solo donne protestanti; la fondatrice era Lady Arabella Denny.

Il primo rifugio per le Maddalene negli Stati Uniti fu la Magdalen Society of Philadelphia, fondata nel 1800. Altre città nordamericane, comprese New York, Boston, Chicago e Toronto, seguirono rapidamente l’esempio.

Altri istituti sorsero anche in Australia, sempre sotto la gestione di religiosi, e in Svezia, dove però in gran parte erano sotto la guida, un po’ meno opprimente, dell’Esercito della Salvezza.

La vera svolta per le istituzioni delle Maddalene avvenne con la fondazione in Canada di una nuova congregazione religiosa cattolica, la Congregazione delle Suore della Misericordia fondata a Montreal nel 1848 da Marie-Rosalie Cadron-Jetté, una vedova esperta come levatrice.

un ‘immagine del film

Le Suore della Misericordia e le case Magdalene

Furono queste suore a potenziare gli istituti e a diventarne le conduttrici.

La loro rete di rifugi si occupava di dare ospitalità e sostegno alle donne incinte non sposate fino a dopo il parto. Durante quella che già cominciava a somigliare a una detenzione piuttosto che a un periodo di supporto, le donne non sposate erano incoraggiate a dare in adozione i loro figli illegittimi.

Le suore della Misericordia si sforzarono di svolgere il loro ministero con discrezione, poiché l’opinione pubblica era sfavorevole al tipo di attività caritativa che svolgevano verso quelle che erano considerate donne perdute; addirittura, le suore furono accusate di incoraggiare il peccato, aiutando queste terribili peccatrici.

Marie-Rosalie Cadron-Jetté e le prime consorelle, alcune delle quali provenivano proprio dalla cerchia delle donne aiutate nel momento della difficoltà, avevano seriamente a cuore la condizione delle donne in difficoltà e combattevano strenuamente per dare loro un futuro diverso dal marciapiede. E per dare ai bambini una possibilità di uscire dal dramma di essere illegittimi.

Dopo la convalescenza, le donne che desideravano restare anche senza prendere i voti entravano a far parte delle Figlie di Santa Margherita, che poteva costituire una sorta di preparazione a diventare, in un secondo momento, suore della Misericordia.

Nel 1858, Elizabeth Dunlop e altre fondarono le Toronto Magdalene Laundries, con l’obiettivo dichiarato di “eliminare la prostituzione riabilitando le prostitute”.

Dalle buone intenzioni all’horror

Tutto questo, in teoria e a parole, funzionava benissimo. Ma quasi subito, col diffondersi di queste case e con l’alargarsi dell’ordine religioso, accadde il peggio.

Soprattutto in Irlanda, da cui sono giunte le testimonianze più drammatiche, le Case Magdalene da luoghi di supporto si trasformarono in istituti detentivi, peggiori forse del carcere duro, dove le donne venivano interante per i motivi più disparati.

Il passaggio a “figlie di Santa Margherita” non veniva né proposto né messo in discussione: dalle case si usciva solo fuggendo o se richieste indietro dalla famiglia.

Molte donne si trovarono a trascorrere anni, se non l’intera esistenza, fra le mura degli istituti, sottoposte alle leggi ferree richieste dalle suore e a lavori pesanti e umilianti.

Christina Mulcahy, testimone e vittima degli orrori nelle case.

Le lavanderie Magdalene

Le case Magdalene, soprattutto, erano abbinate a lavanderie.

La scelta di far lavorare queste donne cadute come lavandaie non era casuale: esse erano chiamate a espiare il loro peccato, a “lavare l’anima” attraverso la sofferenza e il duro lavoro. Il loro lavare era il simbolo della loro purificazione personale.

Le ragazze e le donne erano sottoposte a turni di lavoro sfibranti, senza giorni di riposo ad eccezione della domenica.

L’obiettivo delle religiose e dei sacerdoti che seguivano il percorso spirituale delle peccatrici era quello di umiliarle, schiacciarle, far loro pentire amaramente.

Silenzio, lavoro e preghiera: questi erano i pilastri su cui si basava la detenzione. Nessun rapporto interpersonale era concesso, nessuna amicizia, nessun collegamento con l’esterno non strettamente connesso al lavoro.

Erano dunque donne che, in panni informi, divise svilenti, costrette a tagli di capelli atti a mortificare la loro vanità, venivano private di tutto, in primis dei loro figli.

Un orrore per tutte le età e le occasioni

Nelle case maddalene non finivano solo le ragazze incinte e non sposate.

Le ragazze, per esempio, che avevano subito violenza e “rischiavano una gravidanza” venivano spedite in via preventiva dalle famiglie. Dagli orfanotrofi, se le bambine crescendo si dimostravano troppo carine o procaci, cambiavano struttura per essere “salvate” dal peccato insito nelle loro forme.

Adolfo Tommasi (Livorno 1851 – Firenze 1933) La Maddalena penitente, 1893.

Le violenze nelle case Magdalene

Molte testimonianze, pressoché provenienti da tutti gli istituti, riportano come le donne venissero piega psicologicamente dal lavoro e dal trattamento che le metteva costantemente di fronte ai sensi di colpa.

Ma questa distruzione psicologica era solo una delle forme di tortura praticate fra le silenziose mura.

Il documentario Sex in a cold climate del 1998, che qui potete trovare sottotitolato in italiano, racconta le storie di alcune donne che hanno vissuto questa traumatica esperienza.

Fra gli abusi subiti c’erano trattamenti pari in crudeltà solo a quelli dei lager, inflitti con la stessa sadica metodicità.

Nelle parole di queste donne, ormai anziane, si susseguono descrizioni di suore che utilizzano cordoni dell’abito come fruste, o che addirittura possiedono strumenti appositi per piegare le giovani all’obbedienza. C’è il racconto di abusi sessuali da parte dei sacerdoti chiamati al compito di sostenere spiritualmente le giovani.

Gravi, gravissime accuse, che per molti anni sono state messe sotto silenzio da un sistema che non poteva e non voleva ammettere responsabilità così atroci.

Al silenzio le ragazze erano costrette allora, dal sistema, sì, ma un sistema fatto di persone e precise volontà.

L’horror non si ferma

Se queste vi sembrano storie d’altri tempi, legate a un passato vittoriano, vi sbagliate, perché il vero horror arriva nel ventesimo secolo, e non agli inizi.

Nel 1993 le suore che avevano ancora in gestione la casa Magdalena a Dublino vendettero parte del convento a un imprenditore immobiliare. Durante i lavori, i resti di 155 internate, che erano stati tumulati in tombe anonime all’interno della proprietà, furono esumati e, fatta eccezione per un corpo, cremati e seppelliti in una tomba comune nel cimitero di Glasnevin. La cosa si venne a sapere e lo scandalo portò a nuove e sempre più sconcertanti scoperte.

Vennero a galla, ad esempio contratti di appalto delle lavanderie, con compensi che non venivano neppure lontanamente suddivisi con le lavoratrici.

Dal 1993 iniziò la chiusura di tutte le rimanenti case Magdalene: l’ultima chiuse i battenti nel 1996, ma gli orrori da scoprire erano ancora tanti.

Nel 2014 la storica irlandese Catherine Corless si occupò dello studio di circa 800 certificati di morte di bambini i cui corpi sembravano essere svaniti nel nulla, e aveva chiesto indagini al governo. La località era Tuam, in Irlanda: lì si trovava un convento gestito dalle Bon secours sisters  e sorgeva una casa Magdalena attiva tra il 1925 e il 1961. Nella stessa località, negli Anni Settanta, erano stati ritrovati accidentalmente una ventina di scheletri.

Le richieste della storica non furono accolte e per l’ennesima volta fu tutto insabbiato, come era accaduto negli anni ’70, ma finalmente una commissione d’inchiesta istituita dal governo irlandese nel 2015, la “Mother and baby homes commission of investigation”, svolse le ricerche necessarie e fu rivelata l’effettiva l’esistenza della fossa comune ipotizzata dalla Corless, descritta come una struttura sotterranea divisa in venti camere in cui sono stati sepolti per quarant’anni bambini e bambine senza nome, figli e figlie di madri anonime.

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