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Il Segreto dell’Alchimista antefatto e capitolo primo

Antefatto

Corvi.

Un volo che in apparenza era privo di logica. Privo di bellezza.

Macchie nere, minacciose, grida che laceravano l’aria come tanti rauchi richiami di morte.

Sotto di loro, nella campagna brulla e battuta dal vento, ancora intrisa delle violente piogge che l’avevano flagellata, il rapido fuggire dei passeri verso un riparo.

La caccia era aperta.

Un altro volo, radente, calò dal cielo greve di nubi. Ali nere e vigorose sferzarono l’aria umida, sfiorando il muro di pietra del castello.

Dall’alto, la fortezza, un’imponente costruzione dalla pianta quadrata adagiata nella piana come se la terra stessa l’avesse generata, svelava il suo cuore di giardini e di cortili dalle decorazioni musive.

Da dove ora l’uomo si trovava, pareva soltanto un immenso guscio: una muraglia regolare e priva di passaggi. Solo un lineare e solido geode di pietra rossastra e porosa, quella tipica delle fortificazioni delle Terre.

Sui quattro lati, la costruzione si ripeteva identica, senza porte, né finestre, né feritoie.

Intorno a essa le distese di campi giacevano silenziose e in apparenza prive di vita. Un paesaggio desolato e brullo, indolenzito dai rigori della stagione invernale ormai al termine.

Del vicino villaggio si intravedevano le case basse imbiancate a calce. I contadini ancora non erano usciti per il massacrante lavoro quotidiano.

Forse per quel giorno i terreni intorno al castello sarebbero rimasti deserti, a causa del lungo periodo di pioggia che aveva trasformato i campi in distese fangose.

Ancora uno sguardo verso l’alto, attratto dall’insistente gracchiare dei corvi, reso più acuto dall’avvistamento di una preda, poi il contatto della mano con il muro.

La superficie scabra era fredda, fastidiosa al tatto. La punta dell’indice seguì il profilo di uno dei sassi incastonati nella parete.

Quel contatto gli permise di vedere ciò che a nessun altro era visibile.

Aveva studiato per anni, si era preparato con ostinazione per arrivare a quel risultato e ora sapeva di non aver fallito. Nella sua mente, con precisione, si stagliarono nette le immagini di una filigrana luminosa e sottile che avvolgeva il palazzo in un abbraccio protettivo, un incanto che ne rendeva le pareti ben più solide della roccia di cui era costruito e ne proteggeva l’intera struttura, persino dal cielo.

Costeggiando da vicino la parete, continuò a ispezionare la barriera alla ricerca di un punto preciso che, ormai ne era certo, avrebbe pazientemente trovato.

Un punto in cui quella maledetta magia lasciava anche solo un minuscolo varco.

Il corpo dell’uomo vibrava per lo sforzo. Sotto le mani, ormai graffiate e sanguinanti, un lieve bagliore tradiva la natura del contatto. Un incantesimo di lettura.

Si fermò, col respiro affannoso, contraendosi per lo sforzo, sul lato che dava verso il sentiero per il villaggio. Lì, tra due pietre apparentemente uguali a tutte le altre, c’era ciò che stava cercando.

Incurante di quanto lo circondava, persino della possibilità che qualcuno potesse vederlo, si strinse nelle spalle, mentre i palmi delle mani affondavano nel muro, come se d’un tratto fosse diventato malleabile.

La magia cedeva, piegata al suo volere, e quando, dopo un tempo indefinibile, davanti a lui si dissolse anche l’ultima tessitura, gli uscì dalla gola un grido gutturale carico di esultanza.

L’interno del castello si aprì nitido davanti a lui.

Corridoi dall’alto soffitto a volte, illuminati da torce, correvano lungo il perimetro. Percorse con calma un lungo tratto prima di incontrare una diramazione verso il cuore del palazzo.

Non avrebbe incontrato anima viva, lo sapeva. Per questo non aveva fretta, anzi, desiderava gustare ogni attimo di quella vittoria personale, che lo avrebbe condotto alla sua preda senza errore, e senza scampo per quest’ultima.

Ancora un corridoio, poi un androne dalle pareti istoriate, poi un altro corridoio, in fondo al quale poteva vedere di nuovo la luce del giorno. Il primo dei cortili interni.

Si fermò, colpito da un suono inatteso: era una voce, femminile, modulata in un canto.

Lo stupore per quella scoperta lasciò subito il posto all’ira, un’ira cieca e implacabile.

La vide solo quando ella arrivò all’aperto, intenta a cercare tra le piante del suo giardino segreto le prime avvisaglie della primavera. Egli riconobbe il luogo, lo aveva visto dall’alto. Ne ricordava la pavimentazione, un intricato mosaico floreale di pietre bianche e nere, la piccola fontana al centro, l’abbraccio delle aiuole spoglie intorno al chiostro.

La osservò, avvolto in un rabbioso silenzio. Era soltanto una donnetta dai lunghi capelli bianchi, il corpo arrotondato e un poco incurvato dall’età. Gli dava le spalle, ignara della sua presenza perché la magia di protezione infranta non l’aveva avvisata dell’ospite.

Impossibile credere che tanta potenza dimorasse in una creatura così insignificante. Questo pensiero gli fece decidere che non l’avrebbe colpita alla schiena. Voleva vedere negli occhi di lei la paura, voleva godere del suo terrore: il terrore che ella avrebbe provato nel soccombere a un potere superiore.

Percorse ancora una breve distanza, calcando sugli stivali, finché la donna non si accorse di lui. Il canto si interruppe improvvisamente.

Sul viso rugoso si dipinse dapprima un’espressione sorpresa, e poi allarmata.

Le sorrise.

– La tua magia non era perfetta – le disse solo.

– Chi sei? – chiese lei di rimando. Gli scrutava il volto, ma in esso non ravvisava alcun tratto familiare, eppure in passato aveva conosciuto gli altri maghi che oltre a lei popolavano le Terre. Egli lasciò che capisse da sola, gli piaceva vedere attimo dopo attimo il mutare delle espressioni. Sorpresa. Dubbio. Comprensione. E proprio quando comprese, il suo sguardo si fece duro. Prevedibile che si mettesse in guardia. Prevedibile e inutile.

Bastò un primo incanto a infrangere la difesa della maga, che vacillò all’indietro.

– Ho superato limiti che tu neppure conosci – le spiegò con pazienza irritante, prima di sferrare un secondo colpo.

La donna rispose con pari intensità, lottando con ogni conoscenza ed energia per contrastarlo. Fu solo un tentativo patetico di salvarsi: gli bastarono pochi attimi per piegare anche quelle magie, riducendole in nulla. Fiumi di lava impalpabile si riversavano intorno a lui senza sfiorarlo, ondate di energia lambivano la sua difesa senza intaccarla. Ogni incanto che scaturiva dall’uomo, invece, penetrava più a fondo.

La maga era troppo vecchia per resistere a lungo. Un attacco di quella portata avrebbe annientato maghi ben più giovani. La vide piegarsi alle fiamme infernali che egli generava senza sforzo alcuno.

Lampi che avrebbero incenerito qualunque essere vivente colpivano a raffiche la protezione della donna, indebolendola sempre di più, mentre egli, inesorabile, si avvicinava. Lei non ebbe quasi occasione di contrattaccare, e finalmente egli vide ciò per cui si era prodigato tanto. La sconfitta della sua nemica.

Rimase in piedi, davanti alla maga ormai priva di forze, la guardò rantolare, cercando un’impossibile fuga verso il centro del cortile. Ne seguì il lento moto fino alla fontana circolare, a cui ella si poggiò rizzandosi in un ultimo barlume di fierezza.

Era coraggiosa, pensò. In pochi accettano di guardare la morte negli occhi.

L’uomo chinò appena il capo, in un gesto di saluto carico di scherno. Poi, la magia calò su di lei, e fu solo un lungo grido di dolore.

I corvi all’esterno della costruzione, tutti, si levarono in volo.

 

 

PRIMA PARTE

 

 

Magistra

 

Un ultimo tratto fra gli alberi, percorso a un galoppo impaziente.

La volta di fronde si piegava, mossa dal vento, fremente e viva sopra di lei. Finalmente, lo stretto sentiero incuneato nel bosco si aprì e davanti ai suoi occhi si stagliò, in tutto il suo splendore, la città di Palàistra.

Ester si lasciò alle spalle la selva riconoscendo, piena di emozione, la piana coltivata verso cui era diretta.

Illuminata dagli ultimi raggi del sole morente, la valle l’accolse col suo quieto tripudio di colori. Il verde intenso dei prati, punteggiato da fiori e cespugli, era appena sfiorato dall’oro di rapide pennellate che segnavano la fine imminente dell’estate.

Palàistra, la città degli studi, era addossata ai dolci declivi di Amra, immersa in un paesaggio che si stava tingendo delle prime sfumature autunnali. Era proprio così che se la ricordava.

Dove la piana lasciava posto alle morbide curve delle colline, la città si ergeva orgogliosamente, simile a un’immensa fortezza. Le mura massicce di pietra grigia racchiudevano il centro abitato, donando alla città un aspetto austero, quasi arcigno. Possenti torri si affacciavano sulla vallata, nascondendo in parte l’alveo di tetti. Un’unica costruzione spiccava, slanciata e chiara nell’ammasso di case. Da lontano, il maestoso palazzo di marmo splendeva dorato nel tramonto, dominava svettante il centro della città.

Ester fermò il cavallo, stupita ancora una volta dall’imponenza delle fortificazioni che riparavano quel luogo pacifico. Fu colta da una lieve ondata di panico. Per farsi forza, accarezzò il collo dell’animale e prese un bel respiro.

– Coraggio, Oner – gli disse, – siamo quasi arrivati. La tua fatica è finita, ora comincia la mia.

Palàistra, la città degli studi, era il fulcro della cultura e il centro decisionale di tutte le Terre. Lì si recavano giovani provenienti da tutti i Regni per ricevere la migliore istruzione in ogni settore; lì si formavano pensatori, studiosi, capi di Stato. E ora, attendeva lei.

Riprese la marcia attraverso i campi verso la città, abbagliata dal sole ormai basso all’orizzonte.

Ben presto gli zoccoli del cavallo risuonarono con tonfi sordi sul terreno ed Ester si accorse di aver raggiunto un sentiero, ai cui lati si affacciavano le prime casette di legno e mattoni. Era giunta al villaggio che sorgeva ai piedi di Palàistra, un piccolo borgo abitato dai coloni della zona. Erano povere capanne, per lo più, affiancate da piccoli orti e fienili ricolmi.

Ester sentiva su di sé gli sguardi stupiti che accompagnavano il suo passaggio, quelli delle contadine che alzavano il capo dagli erbaggi, quelli dei bambini che a frotte giocavano sulla via principale. Ne conosceva bene il motivo e, in un certo senso, lo temeva. Non erano molte le donne che si recavano a Palàistra e, per quanto celata dal mantello, non era difficile ravvisare le sue fattezze femminili.

Puntò lo sguardo sulle mura, che si facevano sempre più prossime.

In breve, superato il villaggio, arrivò alla porta della città. Era ricavata da un unico blocco di pietra, che le sembrò quasi un’immensa bocca pronta a ingoiarla.

Al di là della porta non poteva vedere quasi nulla, complice l’oscurità che era calata inesorabile nell’ultimo tratto del viaggio.

Ester, all’interno, intravedeva soltanto i primi fuochi, forse torce o lumi a olio, accesi per illuminare le strade. Un colpo di tacco, e Oner la condusse oltre il varco.

A ogni passo, la donna avvertiva crescere l’emozione. Si guardava intorno, avvinta dalla magia di quei luoghi antichi. Percorse lentamente le strade strette e contorte che seguivano la pendenza della collina. Intorno, in una variopinta successione, le case cingevano la via quasi abbracciandola. Ovunque vi erano le insegne delle locande, rozzi affreschi che sormontavano le porte di legno, davanti alle quali si susseguivano file di panche e banconi gremiti di studenti.

Il rumore degli zoccoli echeggiava sul lastricato, mescolandosi alla musica e alle giovani risa che uscivano dalle finestre illuminate.

L’aroma dei cibi in cottura le ricordò improvvisamente che aveva fame e che non aveva soldi per comprare da mangiare, ma questo era il problema minore. Quello maggiore era l’attenzione che involontariamente stava attirando e l’ostilità che leggeva negli sguardi intorno a lei.

Possibile che non sopportassero la vista di una donna in città? Eppure Ester ricordava che la cura degli studenti e la gestione di locande e alloggi erano delegate a donne; alcune insegnanti erano di sesso femminile. E allora, perché?

All’improvviso le si parò davanti un giovane, che fermò con un gesto secco il cavallo. – Ehi, cavaliere, vuoi passare la notte in carcere? – l’apostrofò. – Scendi da quella bestia immediatamente! Gli occhi grigi, atteggiati a rimprovero, brillavano di incomprensibile soddisfazione. I capelli castani, tenuti cortissimi, gli conferivano un’aria impertinente e mettevano in risalto l’espressione vivace del volto.

Ester era troppo sorpresa per discutere, così si ritrovò a obbedire al giovane.

– Sei nuovo, vero? Bene, delitto dei delitti è usare il cavallo dentro le mura. Legge nuova di quest’anno. Alcuni idioti hanno danneggiato il palazzo dei Magistri e… insomma, il cavallo o sta fuori dalle mura, o nella stalla del fabbro, che però costa un po’ cara. Tutto chiaro? – fu la spiegazione dell’allievo, che si dava arie da uomo navigato, ma che chiaro non era stato affatto.

Ester si lasciò condurre dal fabbro senza proferir verbo.

Entrarono nel cortile, dove lasciarono Oner, poi in un angusto ingresso illuminato da alcune lampade. Nella stanzetta c’era solo un bancone e, dietro a esso, due porte. L’aria rimbombava dello stridio del martello su un oggetto metallico.

Ester, con gesti misurati, si tolse il mantello. La lunga chioma corvina le ricadde sulle spalle, incorniciando l’ovale perfetto del viso. Puntò gli occhi scuri, stretti in sottili fessure, su quelli meravigliati del ragazzo.

Il giovane era ammutolito, anche perché, appena si fu ripreso dalla sorpresa di aver davanti una donna, rimase incantato dalla sua bellezza, e poi sconcertato dall’insegna che Ester portava al collo: un medaglione di bronzo di forma allungata. Nel mezzo, contornata da scritte dorate, l’immagine stilizzata di una città. Palàistra.

– Ditemi che è uno scherzo. Non sarete una Magistra davvero!  –  balbettò, appena riuscì a ritrovare la voce.

– Vi crea problemi?

– No, signora – rispose in fretta, un attimo prima che il fabbro li raggiungesse nell’ingresso, uscendo da una delle due porticine.

La reazione di quest’ultimo non fu molto diversa, quando ravvisò donna e medaglione. Ester cominciava a divertirsi.

– Ho bisogno di un ricovero per il mio cavallo – disse al fabbro. – E di un’informazione. In che locanda soggiornano i Magistri?

– Alla Taverna Rossa – borbottò l’uomo, – ma siete una donna. Be’, affare vostro. Si rivolse al ragazzo, che si stava tormentando per l’errore appena compiuto. – Pensaci tu, Van! Mostra la stalla alla signora e poi accompagnala.

 

Van trascinava Oner per le redini senza riuscire a parlare. Non trovava niente di utile da dire dopo la figuraccia che aveva fatto, ed Ester dal canto suo non aveva voglia di fare conversazione, tutta presa da una ridda di pensieri e di ricordi che faticava a dominare. Sapeva di non dover dare troppa confidenza a quello che forse sarebbe stato un suo allievo: si chiedeva solo se aspettarsi da lui delle scuse, che infatti non tardarono ad arrivare. Appena il cavallo fu sistemato in uno degli stabbi e rifocillato a dovere, il giovane accompagnò Ester lungo la via principale, che conduceva al Palazzo Centrale e alla piazza dove stava la Taverna Rossa.

Per superare l’imbarazzo, Van si improvvisò guida turistica, indicandole ora la bottega del fornaio, ora quella del mastro muratore, accennando alle varie locande che si affacciavano sulla strada. Si soffermò davanti a una porta, su cui spiccava un’insegna blu, costellata di piccole lune.

– Questa è la Taverna della Luna – le disse solennemente, – dove alloggiano di solito gli allievi che studiano storia. Qui in città le locande in pratica sono divise come i corsi che frequentiamo, anche se non sta scritto da nessuna parte. È più facile fare amicizia con quelli che studiano con te, e così ci dividiamo per… competenze. Nella Taverna Rossa, dove siamo diretti, oltre ai Magistri ci abitano gli studenti di Cavalierato più anziani. È molto vicina al Palazzo Centrale, quello dove si trova la sede del Magister Supremo e tutto il centro degli studi. Io, invece, sto in una delle stanze della signora Mier. Lì ci finiscono tutti quelli che non trovano posto nelle specifiche locande. L’ho scelta perché mi piace mescolarmi anche agli altri. Insomma, non sopravvivrei a sentir giorno e notte discorsi sulla matematica!

Ester lo lasciò parlare, investita dal fiume di parole, limitandosi a proseguire tenendo un buon passo. Dopo una lunga pausa di silenzio, Van riprese la parola.

– Qui in città ci sono solo due Magistre, oltre a voi. Una insegna poesia antica e l’altra storia dell’arte. Hanno preferito entrambe abitare fuori dalle mura. Forse non dovrei domandarlo, ma voi che cosa insegnate? – le chiese tutto d’un fiato.

Ester pronunciò la sua risposta con una lentezza esemplare.

– Non sarò tua insegnante, se studi matematica. È questo che vuoi sapere?

Van esitò. – Saperlo mi solleva il morale, signora. Mai dette tante sciocchezze a una sola persona.

Ester questa volta rise apertamente e anche Van parve rilassarsi un pochino.

– Siamo arrivati. È quella là in fondo. Aspettatevi altri commenti inopportuni… Non per farvi un complimento, ma sembrate molto giovane per essere una Magistra.

– Non lo prenderò come un complimento – rispose Ester con tono indecifrabile. – Grazie per avermi accompagnata.

 

Quanto tempo era passato? Sette anni? Eppure Ester, mentre la mattina successiva percorreva l’ampia scalinata del Palazzo Centrale, si sentiva piccola, indifesa e inadeguata come allora.

In tutti quegli anni aveva conservato un vivido ricordo della sede del Supremo. Era l’unico edificio della città costruito in marmo bianco e il suo candore spiccava in netto contrasto al confronto dei rossi e dei grigi delle strade. La forma era quasi piramidale, o forse era un effetto ottico dovuto all’altezza della costruzione. Incuteva timore solo a guardarlo, entrarci le aveva dato i brividi la prima volta e continuava a metterla a disagio.

Lo studio del Magister Supremo era rimasto lo stesso. Pochi sobri arredi, libri e pergamene che campeggiavano ovunque, la scrivania di legno scuro coperta di carte, ma soprattutto la vetrata, lunga come l’intera parete, che dava sulla città e sulla campagna circostante. Il Supremo era in piedi, accanto a essa, assorto in contemplazione. Ester lo ricordava esattamente così, in quell’atteggiamento meditativo: l’alta figura, solo un poco più curva, si stagliava nella luce abbagliante del mattino, le braccia conserte, lo sguardo rivolto al paesaggio, i capelli candidi e la barba appena accennata. La tunica grigia, di una stoffa cangiante e sottile, cadeva morbida fino al pavimento, sfiorandolo con l’orlo.

Ester ne aveva indossata una simile, per presentarsi al colloquio, solo che la sua era nera, come quelle degli altri Magistri. Il medaglione spiccava come una fiamma nell’oscurità.

– Bene, Magistra Ester, sei arrivata – l’apostrofò il Supremo mettendosi dritto sulla schiena e senza voltarsi. – Immagino che la tua presenza abbia già destato scalpore tra gli studenti.

Ester strinse le labbra. – Temo di sì. Credo che farò meglio a trovarmi un alloggio fuori dalle mura – rispose.

Il Magister la fece avvicinare alla balconata per guardarla da vicino. Sul viso rugoso passò un rapido sorriso.

– Decisione saggia. Egli si avviò alla scrivania e poggiò i palmi sul legno lucido del piano. – Andiamo al dunque: ti affido l’ultimo anno. E anche il Cavalierato – aggiunse a bruciapelo.

Ester pensò d’aver capito male. Il Cavalierato era il corso più prestigioso; di solito era affidato agli insegnanti di maggior rilievo e conoscenza, non certo all’ultimo arrivato. Soprattutto se si trattava di una donna.

– Le tue competenze superano quelle degli altri Magistri, que­sto è fuori dubbio – continuò il Supremo leggendo l’ansia negli occhi della giovane. – Non saprei a chi assegnare quel corso, oltre che a te.

– Ho visto i cavalieri, alla Taverna… – indugiò, – … hanno più o meno la mia età, con che coraggio potrei insegnare loro? protestò.

Il Magister sollevò una mano per fermarla. – Le tue capacità ti daranno tutta l’autorità di cui hai bisogno, con gli studenti e con i colleghi. Non hai nulla da temere.

Ester, titubante, si trovò costretta ad accettare.

– Per quanto riguarda il tuo alloggio, devo dare disposizioni? – le chiese.

Lei scosse il capo. – Ho già trovato un luogo adatto. Per sistemarmi non mi ci vorrà molto.

Il Supremo sorrise. – Posso immaginare – rispose divertito dal rossore dipinto sulle guance di Ester.

 

Il rudere sorgeva al limitare del bosco. Un ammasso di detriti anneriti o poco più. Dall’incendio che aveva devastato la piccola fattoria, si erano salvati solo la struttura portante, il camino in pietra, il perimetro della stalla e il pozzo.

Con gli anni la vegetazione era avanzata inghiottendo tutto, avvolgendo ogni cosa in un abbraccio di fronde.

Ester aveva notato la casa già il giorno prima e fu lì che decise di stabilirsi. Al villaggio il proprietario le aveva ceduto l’appezzamento quasi per nulla e con una risata di scherno.

Legato il cavallo poco distante, la donna entrò in quella che sarebbe diventata la sua casa.

Si guardò per un lungo istante le mani, sollevò gli occhi sulle pareti annerite, poi in alto, verso il cielo che spuntava fra le travi carbonizzate. Accarezzò il muro, che al tocco delicato delle dita prese a vibrare, accendendosi della vita che Ester vi infondeva.

Il potere scaturì da lei, ancora una volta, come sempre rispondendo al suo comando e, poco dopo, non vi era più maceria alcuna, né rampicanti, né polvere. La casa era tornata al suo aspetto originario.

Dopo aver peregrinato nelle Terre per un tempo che ora le pareva lunghissimo, sperava d’aver finalmente trovato un luogo dove fermarsi stabilmente, una dimora e anche un senso alla sua strana storia, che aveva fatto di lei ciò che era: una maga naturale.

Nelle Terre la magia era diffusa, i maghi erano solo una delle tante classi sociali, ma ciò che possedeva Ester era un dono diverso, privilegio di pochi e temuto dalla gente comune.

La magia naturale. Un potere talmente vasto da costringere coloro che lo possedevano a una vita isolata e solitaria.

Mentre gli edifici tornavano al loro antico aspetto, Ester pensò al Castello di Terreverdi, uno degli eremi in cui altri maghi come lei si erano rinchiusi in volontario confino. Luoghi inaccessibili senza il consenso del mago, prigioni per occultare la magia e dimenticare il passato.

Ricordava bene il grande castello adagiato nella verdissima pianura, un’enorme costruzione simile a un cubo di solidi mattoni.

Quando vi era giunta, tanti anni prima, alla ricerca di risposte importanti quanto la sua stessa vita, aveva scoperto che la costruzione era del tutto priva di porte e finestre. Inespugnabile più di una fortezza.

Solo chi ha veramente bisogno può entrare, le avevano spiegato gli ospitali abitanti di Terreverdi, il villaggio che sorgeva nei pressi. E infatti alcuni giorni dopo, passeggiando sola e disperata intorno al castello, era stata attratta da una luce e aveva visto una grandiosa porta dorata, aperta proprio per lei.

Ricordava la sorpresa nello scoprire che il mago di cui le avevano tanto parlato era un’anziana signora. Era stata lei a indirizzarla all’uso corretto della magia, a spiegarle le regole che vigevano nell’ambiente dei maghi, rivelandole il motivo per cui si era rinchiusa in una specie di prigionia volontaria. La maga di Terreverdi aveva scelto di isolarsi per ridurre i contatti alle sole persone che necessitassero del suo aiuto. Ai pochi che l’incanto lasciava passare, in cambio di ciò che chiedevano, Alidel domandava un voto di silenzio sulla sua identità.

Ester aveva fatto una scelta diversa, forse per questo il Supremo l’aveva convocata: aveva deciso di utilizzare il minimo indispensabile la magia, e di girovagare per le Terre occultando i suoi poteri.

Ora, tuttavia, si vedeva costretta a uscire allo scoperto, anche solo per accreditarsi presso i colleghi, e a mostrare almeno in parte ciò di cui era capace.

I maghi che uscivano da Palàistra, per quanto bravi e dotati, non arrivavano quasi mai alla plasmatura della materia, e chi vi riusciva non andava oltre a piccoli oggetti.

Ester non aveva certo materializzato un castello, però quel piccolo incantesimo fu sufficiente, e la notizia la precedette a Palàistra, rendendola fin da subito abbastanza temuta.

Nulla di nuovo, nulla che le impedisse di andare avanti: l’idea di insegnare le piaceva molto, ma soprattutto l’allettava la possibilità di accedere a tutta la conoscenza delle Terre, fattibile solo orbitando intorno alla grande città degli studi. Anche se osteggiata perché donna e temuta perché maga, non avrebbe rinunciato a quell’occasione per colpa di quattro colleghi scorbutici. Palàistra era un posto unico nel suo genere, non solo equiparabile a un’università prestigiosa. Era il luogo a cui tutti i Regni facevano riferimento per risolvere i problemi più gravi.

Il Magister Supremo non aveva dimenticato la ragazzina che alcuni anni prima era giunta a Palàistra disperata e in cerca d’aiuto; semmai era Ester che faticava a identificarsi con la fanciulla spaventata che era stata, quando si era ritrovata suo malgrado invischiata in quella storia di morte e di magia.

Quella ragazza si era trasformata in una maga adulta e potente grazie anche a quei fatti dolorosi, ed era giunto il momento di non fuggire più, ma di affrontare i suoi poteri: come Magistra avrebbe potuto farlo al meglio, ed era grata al Supremo che gliene aveva dato la possibilità. Avrebbe fatto il possibile e l’impossibile perché i suoi allievi prendessero coscienza del potere della magia e, soprattutto, trovassero la loro strada nella vita.

Questo Ester lo doveva al Supremo, e anche a se stessa. La sua nuova vita cominciava così.