La Dama in Verde

La Dama in Verde

La Dama in Verde di Antonia Romagnoli. Terzo romanzo della serie delle Ghost Ladies, le dame fantasma. Una storia d’amore e fantasmi in epoca Regency.

La Dama in Verde – Trama

Inghilterra, 1816

Dopo aver trascorso diversi anni sul Continente, Lord Hemsworth torna in patria per incontrare Honoria, sua promessa sposa. Ciò che il Barone non si aspetta, però, è di scoprire nell’amica di lei un volto che gli è ben noto: è lo stesso viso che, da tanto tempo, lo affascina in un dipinto che ha inseguito per mezza Europa. Il legame, sconvolgente e inspiegabile, avvincerà entrambi, e conciliare i desideri del cuore e il senso dell’onore diventerà ben presto una vera battaglia…

Sarà Elspeth la donna che gli permetterà di espiare i delitti di cui si è macchiato? Può il destino avere legato le loro anime fuori dal tempo?

Ma soprattutto, chi è la dama vestita di verde che tormenta i sogni e segue i passi di tutti loro, e che con i suoi sussurri reclama diritti sul Barone di Hemsworth e la sua stirpe?

Amore e fantasmi nell’Inghilterra dell’Epoca Regency.

La Dama in Verde costituisce il terzo volume (indipendente e autoconclusivo) della serie delle Ghost Ladies, le dame fantasma, iniziata con “La Dama in Grigio” e proseguita da “La Dama in Bianco”.

La dama grigia, fantasma collegato a creature infelici che ripercorrono antichi cammini; la dama bianca, spirito familiare e messaggero di tristi annunci nei grandi casati nobiliari; la dama verde, spettro generato da un destino tragico… e tre donne, ciascuna legata in modo diverso al soprannaturale, in un mondo ancora lontano dagli esperimenti medianici di epoca vittoriana.

Gli altri romanzi della serie:

La Dama in Grigio

La Dama in Bianco

Un estratto

Capitolo Primo

Londra, febbraio 1816

La stanza veniva mantenuta in penombra grazie a pesanti tendaggi color verde oliva, che filtravano la già scarsa luce di quella giornata, ancora stretta nella morsa del gelo invernale. Il fuoco che ardeva nel caminetto pareva non riuscire a riscaldare l’aria umida di un febbraio avaro di sole.

Dentro e fuori dalla camera da letto regnava incontrastato il freddo, tanto che la giovane donna, nell’avvicinarsi al baldacchino, anch’esso racchiuso da spessi tendaggi in velluto verde, non riuscì a impedirsi di rabbrividire, nonostante il pesante scialle di lana che portava sulle spalle.

L’anziana che giaceva nel letto, davanti a lei, pareva assopita fra le coperte finemente ricamate, la cui seta era così lucida da riflettere il baluginare del fuoco.

La faccia della donna sembrava già quella di un cadavere, sia per il pallore sia per la lunghezza spropositata del naso, sottile e aquilino. Ma la vecchia dama era tutt’altro che morta e lo dimostrò sobbalzando nel letto e aprendo due occhiacci arcigni che scrutarono rapidamente la stanza fino a inquadrare la nipote, che indugiava a pochi passi da lei, incerta.

Dal lenzuolo bordato in pizzo si sollevò, perentoria e scheletrica, una mano che le fece cenno di accostarsi e la ragazza ubbidì, recalcitrante.

«Sbrigati, Elizabeth!» ordinò la vecchia già con una nota d’impazienza nella voce.

Elspeth sorvolò sul perenne fastidio che le dava la storpiatura del proprio nome. Era da molti anni che la zia aveva deciso di modificarlo, che a lei piacesse o meno, per dimostrarle quanto fossero disprezzabili le sue origini scozzesi. E quanto fosse disprezzabile lei, la sventurata nipote che si era dovuta suo malgrado accollare.

«Eccomi, zia».

Un colpo di tosse, giusto per sottolineare la gravità della situazione, poi Mrs. Davenport, con una certa fatica, si sollevò un poco sui cuscini, indicando imperativa alla nipote come sistemarli per metterla comoda. Quando si sentì adeguatamente posizionata, emise un sospiro soddisfatto e lanciò alla giovane una seconda, gelida occhiata, che fu ricambiata da quest’ultima con signorile compostezza.

«Ti ho fatta venire qui per comunicarti una mia decisione in merito all’eredità. Come vedi, non sto affatto bene».

Elspeth non trovò nulla da replicare, dell’indisposizione della zia era perfettamente al corrente, dato che viveva nella sua stessa casa. Così com’era al corrente che, poche ore prima, il notaio era arrivato e ripartito dopo un colloquio con la signora.

Nonostante l’argomento delicato, non fu invitata a sedersi e le toccò rimanere in piedi accanto al letto in attesa che la donna continuasse.

«Sto riflettendo da molto tempo sulla tua situazione, come immaginerai. Dipendi completamente dalla mia generosità, questo lo sai. Ora, come mia ospite, e in futuro, in base a quanto deciderò di lasciarti».

La giovane sapeva molto bene anche questo, perché da quando era arrivata in Inghilterra, nove anni prima, Mrs. Davenport non aveva fatto altro che ripeterglielo in ogni occasione.

Anche questa volta non replicò nulla, sapeva che la zia amava lasciarla in sospeso per ottenere sui suoi nervi un effetto più devastante, ma col tempo aveva imparato a non far trapelare emozioni, né positive né negative. Era la sua unica parente, così come lei lo era per l’anziana vedova, perciò si era imposta, soprattutto dopo lo scandalo, pazienza e sopportazione.

«Sono preoccupata per te, dopo quello che è accaduto», continuò la voce stridula della vecchia, resa più acuta dal tono tagliente che stava usando e che la nipote conosceva: era quello che serviva a introdurre le peggiori stoccate.

«So molto bene quanto ti sono debitrice e quanto ti preoccupi per me» replicò Elspeth con tono piatto, domandandosi dove volesse andare a parare la sua aguzzina. Perché Mrs. Davenport, in quegli anni, era stata poco più di quello, per lei. E se la conosceva abbastanza, quella premessa falsamente amorevole preludeva a qualche nuovo tormento.

«Bene. È giusto che i giovani capiscano il significato della gratitudine» commentò l’altra. «Giovani, poi… non così tanto nel tuo caso».

«Ho ventun anni, zia».

«Alla tua età ero già sposata e adeguatamente sistemata, e la saresti anche tu, se non avessi buttato via le buone occasioni per gettarti fra le braccia di quel… quel…» un accesso di tosse interruppe la frase, più abbaiata che pronunciata.

La ragazza si dovette imporre uno sforzo per avvicinarsi al letto e aiutare la zia a mettersi seduta per respirare meglio, ma appena ebbe ottenuto il risultato sperato venne allontanata in malo modo da quest’ultima, come se il contatto con la nipote le facesse ribrezzo. Se Mrs. Davenport in passato l’aveva disprezzata, quel suo passo falso in società l’aveva resa del tutto invisa agli occhi della parente. Era bastata una piccola, innocente ingenuità per segnare per sempre il suo futuro e mettere in mano alla zia l’arma per distruggerla.

«Perciò,» riprese quest’ultima, come se non fosse stata sul punto di soffocare, «ho riflettuto a lungo su come aiutarti a trovare la tua strada. Come vedi, non mi resta più molto tempo e oggi mi sono decisa a mettere per iscritto i miei desideri per quando non potrò più…» si schiarì la voce, per non finire la frase. «Ebbene, il tuo comportamento mi ha sempre dato molti grattacapi. Il tuo temperamento mi preoccupa e non potrei perdonarmi se tutti gli averi dei Davenport finissero dilapidati per mano di una sventata ragazza e di un bellimbusto scriteriato!». (continua qui per leggere il primo capitolo)

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