Giro di vite – manieri, spettri e istitutrici

Giro di vite di Henry James maestro d’orrore – manieri, spettri e istitutrici

Giro di vite è un celeberrimo romanzo breve di Henry James,  pubblicato nel 1898. Da allora, non ha mai smesso di appassionare lettori, critica, ma non solo: ancora oggi è spunto per analisi e discussioni, rielaborazioni in chiavi moderne e non. Insomma, continua a toccare corde sensibili e a restare un mistero irrisolto, una domanda rimasta senza una vera risposta.

Necessariamente, nelle versioni cinematografiche e televisive, le storie hanno dovuto prendere direzioni chiare, mostrando ciò che nella pagina veniva velato, lasciando al lettore il piacere di interpretare.

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Giro di vite – Una trama intrigante

La trama pensata dal grande Autore è composta da pochi, semplici elementi: una grande casa isolata, in decadenza, con poca servitù; una giovane, religiosa e fantasiosa governante, assunta per badare a due bambini traumatizzati.

Il resto, lo scopriamo insieme a questa brava signorina. Siamo d’accordo che l’insieme è esplosivo?

La maggior parte dei lettori leggendo il titolo per la prima volta subito resta perplesso di fronte alla vite. Falegnameria?

Ed ecco, subito, che l’incipit ci porta il primo vero brivido.

Il racconto ci aveva tenuti col sospiro sospeso attorno al focolare; ma non ricordo che venisse commentato eccezion fatta per l’evidente osservazione che era sinistro come è essenziale sia una storia strana, narrata nella vigilia di Natale in una vecchia casa – prima che qualcuno insinuasse che, a memoria sua, era il solo caso in cui una simile prova fosse stata subíta da un fanciullo. (…)

— Convengo, tanto a proposito del fantasma di Griffin quanto di un altro qualsiasi, che la storia ha un sapore tutto suo per il fatto che il fantasma è prima apparso ad un fanciullo in così tenera età. Ma, per quello che ne so io, non è la prima volta che un esempio di questo genere delizioso si riferisce ad un bambino. Se questo fanciullo dà un giro di vite di più alla vostra emozione, che direste di due?… — Diremmo – replicò uno – che, naturalmente, due bambini danno due giri! vogliamo sapere che cosa sia loro accaduto.

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Giro di vite – Testimonianza e verosimile

Anche per questa storia, il narratore è in prima persona, ma l’escamotage per raggiungere il lettore fino al cuore è ancor più raffinato: ci verrà letto un manoscritto autografo della sventurata governante protagonista dei fatti, ormai morta da tempo, la quale ha lasciato la sua testimonianza a una persona fidata. Dunque, veniamo a conoscenza della drammatica storia da un testo scritto.

Ruth Ware, giro di chiave, romanzo di ambientazione moderna. Siamo in Inghilterra e una giovane maestra d’asilo risponde a  un annuncio in cui si cerca una tata a tempo pieno per tre bambine. la casa si trova in Scozia, è isolata, e il lavoro ben retribuito, anche perché le precedenti tate se ne sono andate molto in fretta. Quasi subito la nuova assunta si ritrova da sola con le bambine, in questa strana dimora per metà antica e per metà moderna e dotata di tecnologie all’avanguardia. Anche in questa vicenda accadono cose molto strane: passi misteriosi, porte che si aprono senza aver toccato i comandi… mentre la storia della antica costruzione getta ombre di morte e sospetti sul presente. Anche in questo caso, la verità viene affidata a un manoscritto, o meglio a una lunga lettera che la protagonista scrive a un avvocato, perché accusata d’omicidio.

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Giro di vite o giro al manicomio?

Già, perché non ci siamo forse chiesti un po’ tutti come ha fatto la governante a venir fuori dalla questione di Bly Manor dopo la morte di uno dei bambini e a continuare a fare il suo lavoro in tutta tranquillità, come si evince dalle prime pagine?

Quello che ci si sarebbe aspettato era esattamente ciò che accade alla protagonista del romanzo di Ruth Ware: anche qui muore una delle bimbe, non si sa quale fino alla fine, e la tata viene processata. Per lo meno, la governante di Giro di vite avrebbe raccontato la sua storia delirante di fantasmi cattivi, di anime pronte a occupare i corpi di innocenti bambini e sarebbe stata felicemente accompagnata a raccogliere fiori in manicomio, altro  che educare un’altra generazione di pargoli. Invece, la signorina in James la  fa franca. Quella di Boyne… non ci è dato saperlo. Piccola curiosità: Boyne, che è un dottissimo cultore di Dickens e letterato, ha strizzato l’occhio a vari autori vittoriani nel romanzo, ma soprattutto a Dickens, a partire dal titolo dell’opera, che già è una citazione di un’opera dell’Autore.

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Ma quanto sarà originale tutto questo maniero, governante, fantasma…

Nessun dubbio sull’originalità dell’idea di Henry James? A me un po’ è venuto,  mentre elencavo gli elementi narrativi. Per la verità, mi pareva di prepararmi a raccontare Jane Eyre, e in effetti leggendo il romanzo della Bronte, ci si aspetta ogni cinque minuti che salti fuori un fantasma, e alla fine quasi quasi Bertha è un po’ una delusione, magari qualcuno già si aspettava una manifestazione spettrale di un polpo gigante e di otto streghe bruciate sul rogo fatto con i ceppi di Natale avanzati. Ma la scelta di sussurrare il soprannaturale nel vento è molto precisa. La  pazzia fa più paura dei fantasmi ma è reale, tangibile, e Jane ingaggia battaglie contro draghi reali: il primo sono le convenzioni sociali e ci insegna che i sentimenti sono più importanti e potenti.

Questa casa è malvagia – il maniero infestato

Il maniero – manor, che nell’immaginario italiano vuol dire castello delle fate – nel mondo anglosassone è una villa di campagna, di solito antica, le cui dimensioni variano da tre o quattro camere da letto a dimensioni molto maggiori, appunto, quasi come un castello, ma senza alcuno  scopo difensivo, cosa invece primaria in un castello (castrum). Il maniero, in effetti, deriva etimologicamente dal latino manere, rimanere, il che rende molto affascinante il fatto che sia per eccellenza il luogo in cui gli spiriti restano ad oltranza. Oh, il termine non era coniato per gli spettri, ma per la permanenza del feudatario, che preferiva restare nei manor, dimore confortevoli, rispetto ai castra. La villa vittoriana, sebbene non sia propriamente un maniero, è molto popolare come casa infestata più che altro perché in America, essendo privi di castelli, si son dovuti accontentare delle case vittoriane e dei manor sette-ottocenteschi per metterci dentro storie di fantasmi. Oltre a utilizzare qualunque tipo di edificio abbandonato e fatiscente, dal manicomio, all’ospedale, alla miniera.

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Non sto dicendo che i fantasmi non esistono, sto dicendo che ci sono molti più edifici scricchiolanti sulla terra di quanti fantasmi, Orazio, la tua fantasia ponga nelle stesse strutture.

La letteratura va a nozze con i manieri infestati. Perché ci sono morti dentro personaggi interessanti, cattivi, sfortunati, bisognosi di aiuto, parenti di vivi con le stesse caratteristiche; perché scava scava c’è sotto qualche cimitero di varia origine; perché un mistero va risolto e lo spettro lo sa; perchè sono accaduti fatti di sangue e la casa se lo ricorda, sebbene chi ci abita preferisca non saperlo.

Fantasmi a NOrthanger abbey antologia natalizia antonia romagnoliPoi ci sono case, come Hill House di Shirley Jackson, che sono cattive e  basta. Inabitabili, per quanto arredate, a regola con gli impianti ecc. Fatte da qualche pazzo al puro scopo  di essere dotate di una volontà malvagia. Anche Hill House potrebbe rientrare nei manieri, per dimensione, ma alla fine a nessuno interessa, visto che nessuno vivo ci può stare. Da morti, è un’altra cosa: perché i fantasmi, invece, potrebbero rimanerci più volentieri: la casa sembra legare “affettivamente”, o forse avere fame della sensibilità psichica.

Ecco un altro degli incipit più belli di sempre:

“Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola.” 

Mourning brooches containing the hair of a deceased relative. Wellcome L0036197
Mourning brooches containing the hair of a deceased relative. Wellcome L0036197

Un manor a prova d’amore

Jhon Boyne, in La casa dei fantasmi, ci riporta nelle atmosfere vittoriane, cominciando in media res: “Se mio padre è morto la colpa è di Charles Dickens.” E già, essendomi antipatico Dickens, simpatizzo con la protagonista e sono pronta a testimoniare in suo favore, se decidesse di fargli causa… ma no, purtroppo qui si tratta solo di un padre già malato e molto cocciuto, che esce sotto la  pioggia per ascoltare quel tipo tronfio che legge i suoi libri, e nel giro di pochi giorni va al creatore lasciando la povera ragazza indigente.

Il romanzo è ricchissimo di spunti sulla condizione della donna vittoriana – approvo – salvo un’eccessiva modernità nei pensieri della protagonista, che fatico un po’ a vedere talvolta in abiti d’epoca. Ma siamo qui per il maniero e non per la sua sottana, dunque, giungiamo al punto.

Orfana, già insegnante in scuola dell’infanzia, indoviniamo già che cosa farà della sua vita fatti i conti dell’affitto troppo alto.

Bene, ci siamo: sale  sul treno e va a fare l’istitutrice di due bambini che vivono soli in una grande casa misteriosa dove non c’è nessuno.

A parte i fantasmi, naturalmente.

Un Giro di vite, due giri di vite…

La letteratura sui fantasmi spesso coinvolge bambini, come ci fa notare nell’incipit Henry James. Il migliore equilibrio è dato da due bambini, come insegna il suo romanzo: uno dei due più piccolo e innocente, l’altro, solitamente la bimba, più grande e in apparenza più addentro nel mistero. Questo è ciò che troviamo in “la casa dei fantasmi” e devo dire che, al contrario della brava istitutrice, che riesce a guadagnarsi la mia antipatia quasi subito, per me la prediletta è la bimba, che viene “maledetta” dall’amore materno, malato in vita e ancor più in morte. Per tutti c’è scampo, salvezza, redenzione, lieto fine, gioia, sollievo, pure per il babbo cretino che muore di tosse per colpa di Dickens. Ma se hai una madre psicopatica, sembra dirci l’autore, e sei una donna, finirai male pure tu: la mela non cade lontano dall’albero. La simpaticissima governante, imparziale nel lavoro coi due protetti, non fa che ripetere: io voglio più bene al maschietto.

Ma interessa a qualcuno che il fantasma voglia a tutti i costi portare con sé la figlioletta? Che vi ha fatto di male, questa porella????

Ma già, siamo in un mondo vittoriano: il valore della ragazzina è più basso, agli occhi di chiunque, sebbene manifesti intelligenza e acume sopra la norma e di certo molto maggiori del fratellino.

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L’acqua e i fantasmi – giro di vite

L’acqua è un altro degli elementi che completano il quadro alla perfezione. Non sia mai che manchi un laghetto, uno stagno, una fontana, piuttosto che no, almeno una vasca da bagno in cui qualcuno si rilassi piacevolmente fino a che non scopre di essere in pessima compagnia.

L’acqua, simbolo della vita, diventa simbolo di morte: dal grembo materno si esce con l’acqua, traendo il primo respiro, l’annegamento è la conclusione più tragica e repellente. Il soffocamento, la mancanza d’aria turbano il lettore. Quello che gli autori cercano non è spaventare chi legge con immagini sanguinolente, ma strisciare nel suo immaginario con qualcosa che ci rimanga per sempre, con dubbi persistenti e  con un crepuscolo costante. Con l’acqua stagnante e immobile di un lago, che può nascondere tutto e nulla.

In “Giro di chiave” il lago diventa un piccolo stagno, innocuo, che diventa pericoloso solo per un attimo nella fantasia della tata, ma le cui acque sono così basse da non costituire alcun pericolo reale. Al contrario dell’antico giardino poco distante: si tratta di una citazione, di un omaggio a James, per ricordare che i passi della giovane donna si stanno muovendo verso un parossismo di paure e noi, con lei, cominciamo a perdere le dimensioni e i confini fra realtà e fantasia. L’acqua qui non può uccidere, ma in “Giro di vite” sì. E non è stata forse la pioggia a uccidere, e non Dickens, il padre della povera Eliza Caine?

John Everett Millais   Ophelia   Google Art Project
John Everett Millais Ophelia Google Art Project

Anche vicino a Hill Manor scorre un torrente, forse l’unico elemento rassicurante delle vicinanze. Il torrente che ricorda la normalità di un picnic, acqua che scorre pulita, che fa sperare di potersene andare via, seguendone il percorso.

Ma non sempre le storie di fantasmi finiscono con gli addii. I viaggi terminano in incontri d’amore, e anche i libri spesso lo fanno. Non chiedetemi quale sia la forma dell’amore.

leggi anche: 5 Storie di fantasmi: le più belle di sempre

Tutti i fantasmi di M. R. James

Persuasione di Jane Austen o quasi

Il giro di chiave

giro di vite giro di chiaveL’occhio le era caduto sull’annuncio mentre stava pensando a tutt’altro, ma le era sembrata un’opportunità troppo interessante per non approfittarne: babysitter a tempo pieno, ottimo stipendio alloggio compreso. E quando Rowan Caine arriva a Heatherbrae House resta assolutamente incantata di fronte a una villa splendida, modernissima, incastonata nel meraviglioso paesaggio delle Highlands scozzesi e abitata da quella che sembra essere una famiglia perfetta. Quello che non sa è che sta per trovarsi dentro a un incubo folle, che finirà con una bambina morta e lei in prigione accusata del suo omicidio. Nella lunga lettera che scrive al proprio avvocato Rowan cerca di ricostruire passo passo gli eventi che l’hanno condotta fin lì. Non si trattava solo della casa, con l’impianto di sorveglianza attivo ovunque ventiquattr’ore al giorno, i controlli in remoto che inspiegabilmente facevano risuonare la musica a tutto volume nel cuore della notte o accendevano le luci all’improvviso. E nemmeno delle bambine, molto diverse dalle figlie modello che le erano parse a prima vista. E nemmeno il fatto che sia stata lasciata sola per settimane intere a prendersi cura di loro, senza nessun altro adulto vicino, a parte Jack Grant, una figura inquietante. Era tutto l’insieme. Sapeva di aver commesso degli errori, di aver mentito pur di avere il posto, e di non essersi sempre comportata nella maniera migliore con le bambine. Insomma, sa di non essere innocente. Ma sa di non essere colpevole. Quantomeno di omicidio. Il che significa che è stato qualcun altro…

La casa dei fantasmi

casa dei  fantasmi “Se mio padre è morto la colpa è di Charles Dickens.” La vita cambia all’improvviso nell’arco di una settimana per Eliza Caine, giovane donna beneducata ma di carattere, amante dei buoni libri e di famiglia modesta ma rispettabile. Un’infreddatura le porta via il padre che, a dispetto di una brutta tosse, ha voluto ad ogni costo assistere a una lettura pubblica del grande scrittore inglese in una sera di pioggia londinese. Disperata per la morte del genitore, Eliza risponde d’impulso a un annuncio misterioso che la conduce nel Norfolk, a Gaudlin Hall, dove diventa l’istitutrice di Isabella ed Eustace, due bambini deliziosi ma elusivi. Nella grande casa sembra che non ci siano adulti, i genitori dei piccoli Westerley sono di fatto assenti in seguito al terribile epilogo di una storia di abusi, ossessioni e gelosie. Ma contrariamente a quel che sembra, nei grandi ambienti della villa non è il silenzio a regnare: in quelle stanze vuote spadroneggia un’entità feroce e spietata, decisa a imporsi sulla donna per impedirle di occuparsi dei bambini.

 

L’incubo di Hill House

giro di vite hill houseChiunque abbia visto qualche film del terrore con al centro una costruzione abitata da sinistre presenze si sarà trovato a chiedersi almeno una volta perché le vittime di turno non optino, prima che sia troppo tardi, per la soluzione più semplice – e cioè non escano dalla stessa porta dalla quale sono entrati, allontanandosi senza voltarsi indietro. A tale domanda, meno oziosa di quanto potrebbe parere, questo romanzo fornisce una risposta. Non è infatti la fragile e indifesa Eleanor Vance a scegliere la Casa, prolungando l’esperimento paranormale in cui l’ha coinvolta l’inquietante professor Montague. È la Casa – con le sue torrette buie, le sue porte che sembrano aprirsi da sole – a scegliere, per sempre, Eleanor Vance.

 

 

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