Donne e mamme: la mia mimosa

Donne e mamme: un pensiero per l’8 marzo

Donne e mamme, oggi è un binomio sempre meno scontato.

Le donne, in questi giorni sono argomento di discussione per tanti motivi: incombe l’8 marzo, ma non è solo questo che fa tanto parlar di noi.

Uteri in affitto, coppie di fatto, diritti di tutti e di nessuno.

Di donne, oggi, parlo anch’io, e ancora nell’aspetto che più mi appartiene, la maternità.

Scrive Natalia Aspesi:

La libertà di non fare figli è la più grande conquista femminile.

Fare figli è una scelta, così come non farne: questa libertà fondamentale è la più grande conquista femminile.

Da quando ho letto queste affermazioni, non ho potuto fare a meno di pensare a me, alla mia visione della maternità e del mondo delle donne.

Credo che per me e per tante, non sia tanto la libertà di non fare figli a essere una conquista: la conquista vera, esistenziale, sarebbe quella di poter fare figli libere dalla paura.

E di paure, intorno alla maternità, ce ne sono sempre troppe. Paure legate agli aspetti medici, ma anche psicologici. Paura per l’impatto nella nostra vita, sul lavoro, sull’economia di famiglia…

Paura di soffrire, ma anche, diciamolo chiaramente, paura di morire: perché essere mamme oggi, raramente comporta rischi di morte, ma certamente comporta la rinuncia di una parte di noi. Diventare madri è una sorta di rinascita, ma per rinascere prima bisogna morire.

Essere libere dalla paura, poter vivere in serenità questo aspetto dell’essere donna sarebbe una gran conquista.

Penso a quanto sia difficile in certi ospedali ottenere un parto senza dolore, oppure il semplice rispetto dei desideri e del pudore di chi partorisce; penso a quanto poca empatia trovino le donne che perdono i figli o quanto poco appoggio ricevano quelle che fanno scelte difficili… La questione, forse, non dovrebbe essere la libertà di “gestire l’utero”, ma il pretendere serenità nel rapporto con la maternità e con la femminilità.

Molte conquiste non ci hanno aiutate a togliere la paura ma a cambiarle forma.

La vera conquista? Come emerso da una chiacchierata con Erika Zerbini, autrice di libri sulla maternità e blogger, sarebbe quella di essere libere dalla vergogna che accompagna così spesso il nostro essere donne e il dono di essere fatte come siamo.

Posso essere orribilmente tautologica? La nostra forza e la nostra bellezza di donne è connaturata con la capacità di generare. Non dico che siamo belle perché madri, ma che siamo speciali perché possiamo esserlo, e non solo col concepimento dei figli.

Eppure, tutto ciò che è connaturato al nostro femminino è represso, schiacciato, sminuito o svilito.

Essere donne, spesso, significa provare vergogna. Questo tema, uscito parlando di femminilità e maternità con Erika Zerbini, è uscito chiaramente.

Ci viene insegnato, anzi, noi donne stesse ci tramandiamo, il senso della vergogna per tutto ciò che è legato al nostro corpo e alla nostra femminilità: non pudore, che di per sé avrebbe una valenza positiva e non dovrebbe essere legato all’appartenenza a uno dei due sessi, ma proprio vergogna. Non una questione di rispetto di sé, ma di svilimento.

Ci vergogniamo del ciclo, ci è stato insegnato da mamme e nonne, così come mille tradizioni e abitudini spesso senza fondamento.

Ci vergogniamo delle nostre forme oppure le ostentiamo quasi con un senso di sfida, raramente serene nel rapporto col nostro corpo nelle varie fasi della vita.

Ci vergogniamo se veniamo molestate, stuprate, maltrattate, picchiate.

Ci vergogniamo di essere, sostanzialmente, donne.

Essere donna significa, volenti o nolenti, fare i conti con la nostra natura che ci predispone alla maternità: è questa natura intorno a cui ruota tutto, nel bene e nel male.

Sia che vogliamo affrancarci, sia che vogliamo vivere in modo pieno questo aspetto della vita, troviamo difficoltà, ostacoli, sofferenze. E continuo a chiedermi perché, senza trovare una risposta definitiva.

Spesso, sentendo parlare della freudiana invidia del pene, teoria secondo la quale le donne invidiano l’uomo perché non provviste dell’organo maschile, mi è sembrato, piuttosto, vero il contrario.

Che sia l’uomo a invidiare alle donne questo dono, così immenso da renderle la cosa più vicina alla fecondità divina?

La capacità, o anche la sola possibilità di dare la vita, costruendo i figli cellula dopo cellula, è di una portata inimmaginabile. Invidiabile, nonostante tutto. La fecondità della donna, poi, va ben oltre a questo: si tratta di comprensione, di accoglienza. Si tratta di femminilità, appunto.

8 marzo.

Quando sarà la vera festa della donna?

Quando non ci sarà più bisogno di festeggiare.

Quando non ci sarà più bisogno di parlare di femminicidio, di violenza, di stupri.

Quando non ci sarà più bisogno di discutere di diritto alla maternità o di non diventare madri.

Quando non ci sarà più bisogno di cercare parità di diritto perché sarà scontato il reciproco e vero rispetto.

Quando non ci dovremo vergognare quello che siamo e quando non avremo più paura di essere donne, nel modo più profondo, reale, incarnato.

Antonia Romagnoli @antoniaromagnol

Antonia Romagnoli è autrice di romanzi rosa storici, fantasy e opere per l'infanzia. Fra le sue opere: "La dama in grigio", regency romance, la "Saga delle Terre", trilogia fantasy.

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