La donna nell’800 – la società, la cultura e le aspettative

abito da sposa 1800

La donna nell’800.

La condizione della donna in epoca regency e vittoriana.

La donna nell’800 vive un periodo di transizione molto importante, per lei è un secolo di cambiamenti e di una nuova presa di coscienza. Questi cambiamenti non sono uguali in tutti i paesi e in tutti gli strati sociali, ma il fermento di una nuova cultura al femminile è alle porte. Vediamo insieme alcuni degli aspetti più importanti della condizione della donna in epoca vittoriana.

La prima distinzione che dobbiamo fare sulla condizione della donna nell’800 riguarda proprio il luogo il livello sociale nel quale ella si muove. Una donna inglese dell’alta società vive una situazione completamente diversa rispetto a una coetanea che appartiene alla classe operaia; differenze, anche se non sostanziali, si possono trovare nelle abitudini e nel modo di vivere di due gentildonne appartenenti a nazioni diverse: l’ottocento in Italia, per esempio, è un secolo di battaglie per una nuova visuale nazionalista e le donne mantengono un loro ruolo alquanto subordinato a quello maschile. Rispetto all’Inghilterra o alla Germania, la donna italiana rimane in una condizione di inferiorità, non solo nell’800 ma ancora nel 900 e oltre. La battaglia per l’emancipazione è ancora lunga e ubiquitaria, ma possiamo vedere come nel secolo 19º siano nati i primi germi di una nuova femminilità più cosciente di sé.

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La donna in campagna.

La donna del popolo è, al pari dell’uomo, una forza lavoro e, anche se spesso viene considerata come un peso per la famiglia, in realtà ricopre notevoli funzioni dall’accudimento della casa e della prole al sostegno nei campi o al lavoro in fabbrica, dal ruolo di infermiera in caso di malati o anziani alla gestione delle risorse domestiche anche quando scarse.

Prima della rivoluzione industriale – e qui stiamo parlando dell’Inghilterra dell’epoca georgiana – le donne ancora non entrano nelle fabbriche ma svolgono principalmente le loro mansioni di mogli e madri aiutando nei campi.

Ricordiamo che la vita nelle campagne richiedeva gruppi di lavoratori e le fattorie erano gestite da più nuclei familiari che collaboravano per portare a termine i lavori. I terreni, di solito, appartenevano a un unico proprietario che affittava gli apprezzamenti o pagava la manodopera per il mantenimento della proprietà. In questa situazione, le donne vivevano la loro condizione familiare all’interno di una micro società nella quale il lavoro era condiviso ed era così possibile la gestione di gravidanze anche numerose.

Nelle campagne la situazione era simile un po’ ovunque: pensiamo alle grandi fattorie che punteggiavano anche la campagna italiana, nelle quali alloggiavano diverse famiglie che condividevano le attività e il tempo libero. Era frequente, in queste “cittadelle” che anche il desco venisse condiviso e le donne cucinassero insieme e si dessero il cambio nell’accudimento dei più piccoli, in base all’età e allo stato di salute.

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La donna della rivoluzione industriale.

Le cose cominciano a cambiare con la rivoluzione industriale, che porta nuove mansioni anche per le donne. Come abbiamo visto nell’articolo riguardante l’età georgiana, la prima rivoluzione industriale esplode tra la fine del 1700 e primi anni dell’ottocento in Inghilterra. È in questo periodo che, a causa di gravi carestie, molti lasciano le campagne e cercano rifugio nelle città nelle quali stanno nascendo le prime industrie, in particolare in campo tessile. Le macchine a vapore creano nuovi posti di lavoro e nello stesso tempo la rapida evoluzione della tecnologia sembra minacciare l’aumento dell’occupazione nel settore industriale.

Leggi: Il secolo dei lumi inglese

Anche le donne partecipano attivamente a questa rivoluzione industriale entrando nelle fabbriche, ma subendo fin dall’inizio una forte discriminazione per quanto riguarda i salari e le ore di lavoro, rendendo manifesto il primo grande problema di parità di diritti in ambito lavorativo.

Alle donne viene attribuita una minor forza e minore abilità nello svolgere mansioni all’interno dell’industrie, senza tener conto che il lavoro da loro svolto non dipende quasi mai da queste caratteristiche ed è pari a quello eseguito dagli uomini.

Bisognerà arrivare all’epoca vittoriana per avere i primi movimenti delle suffragette, le quali richiedevano un diritto fondamentale fino ad allora negato alle donne, quello del voto.

Alle donne in fabbrica, comunque, erano negati diritti al pari dei colleghi maschi. La differenza stava nel fatto che le donne non venivano tutelate in caso di gravidanza e spesso dovevano riprendere il lavoro subito dopo aver partorito per non perdere i pochi spiccioli del loro guadagno. Era abitudine portarsi piccoli appena nati, legati sulle spalle o in culle improvvisate e non erano rari gli incidenti nei quali neonati e bambini piccolissimi venivano coinvolti. Dalla culla alla macchina il passo era breve e bimbi di pochi anni potevano già essere messi al lavoro ai telai accanto alle loro madri, guadagnando, purtroppo in proporzione all’età, meno dei genitori.

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La donna nell’800- la donna borghese.

In tutte le epoche, la donna “che poteva permetterselo” veniva accresciuta e istruita al solo scopo di diventare una buona moglie, una buona madre e una brava massaia.

Abbiamo visto in questo articolo l’educazione della donna nell’800: le donne nobili, destinate a matrimoni importanti, venivano istruite da istitutrici o nei collegi per avere un’infarinatura di cultura generale che permettesse loro di essere presentati in società e nelle arti che potevano servire per intrattenere marito e ospiti. Tutto ciò che veniva in più, non era gradito.

Anche le letture destinate a un pubblico femminile, se superavano un certo limite di decoro, venivano considerate inappropriate e in particolare molti romanzi nei quali venivano trattati argomenti scabrosi erano considerati inadatti alle donne. A partire dall’età georgiana, quando appunto emerge la nuova borghesia imprenditoriale, i nuovi ricchi investono nella cultura dei figli maschi e in minor misura anche delle femmine, nella speranza che, contraendo buoni matrimoni, possono essere utili alla famiglia.

Leggi anche: l’educazione delle donne nell’800Il Natale di Jane Austen

La donna borghese o nobile deve vivere una vita irreprensibile fin dalla giovinezza, attenendosi a uno stretto regolamento pensato per proteggere la sua reputazione: una vera e propria gabbia sociale nel quale le donne si muovono con estrema fatica, quasi prive della propria libertà.

Parlando di fidanzamento matrimonio, abbiamo visto che il periodo in cui le ragazze si potevano considerare più libere era proprio quello del fidanzamento, in quanto venivano loro permessi piccoli privilegi e maggiori autonomie che, in seguito al matrimonio, sarebbero di nuovo scomparsi.

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La donna regency.

In epoca regency comincia a nascere un nuovo modello femminile, anche se fortemente ostacolato dalla società del periodo. L’illuminismo con le sue idee di libertà non può non coinvolgere anche le menti femminili, soprattutto delle donne che hanno un maggior accesso alla cultura. Qui iniziano le vere basi del futuro femminismo, che avrà la sua esplosione in epoca vittoriana.

la donna nell'800

La donna nell’800: la donna di cultura.

Ci sono in tutti i tempi e in tutte le società donne che si sono dedicate all’arte, alla letteratura e alla musica. Sono queste donne e quanto spazio hanno effettivamente avuto nel loro tempo e nel loro ambiente?

La prima considerazione sorge spontanea è quella di notare che la maggior parte delle donne che si sono messe in luce nelle arti erano appartenenti a famiglie nelle quali spiccavano uomini altrettanto dediti alla cultura. Spesso le donne artiste sono figlie e mogli di artisti, le letterate appartengono a famiglie in cui grande spazio viene dato allo studio e alla crescita personale.

La maggior parte delle artiste subisce inoltre un pesante adombramento da parte della parentela maschile e dei colleghi maschi.

La donna nell’800 viene incoraggiata all’apprendimento di musica, pittura, letteratura, ma solo ad un livello ritenuto “non pericoloso” perché non faccia venire troppi grilli per la testa alla giovane educanda. Tutto viene ponderato e proposto in un’ottica estremamente maschilista, nella quale la donna diventa un ornamento più o meno prezioso della casa grazie alle sue doti, preparata a dare lustro ad altri senza tuttavia esprimere troppo se stessa.

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330px Euphemia Effie Chalmers née Gray Lady Millais by Thomas Richmond

La donna vittoriana.

La donna vittoriana e la donna dei contrasti. La stessa regina propone un modello molto confondente. Lei è regina ma anche moglie e madre e svolge in maniera impeccabile tutte le sue funzioni. Grazie alla sua numerosa famiglia rilancia un modello familiare unito e compatto, nel quale la donna è una figura centrale ma comunque di servizio: la donna è Angelo del focolare, è il cuore pulsante della casa, il fiore all’occhiello del marito. Ancora una volta la donna non vale per se stessa ma per ciò che fa e per il ruolo che ricopre per gli altri.

Ora le donne svolgono a vari livelli sociali mansioni lavorative e questa richiesta di perfezione risulta eccessiva. È qui che finalmente nasce la nuova coscienza sociale femminile col movimento delle suffragette, le quali, consce del loro valore all’interno della società chiedono un riconoscimento anche politico.

Il percorso è molto lungo: in Inghilterra il diritto di voto alle donne non arriverà fino al 1918 e anche allora sarà riconosciuto solo alle mogli dei capi famiglia.

Delle suffragette parleremo ancora, vi aspetto al prossimo giro!

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https://www.wikiwand.com/en/Women_in_the_Victorian_era

5 Storie di fantasmi: le più belle di sempre

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5 Storie di fantasmi: le più belle di sempre

Quali sono le 5 storie di fantasmi più belle di sempre?

Difficile fare una scelta, perché sul tema molto è stato scritto, e in molti modi diversi. Ci sono le storie di fantasmi più classiche, piene delle inquietudini dell’uomo nei confronti di ciò che non vede, non comprende, non governa; ci sono quelle che nascono per terrorizzare; ci sono quelle che attraverso il fantasma mettono in luce aspetti dell’animo umano e conducono il lettore a una riflessione più intima.

Le storie di fantasmi hanno sempre due piani di significato, così come la stessa parola, fantasma, ci riporta sempre a pensare a qualcosa al di fuori di noi, inafferrabile e minaccioso, ma anche a quella parte della nostra interiorità che meno conosciamo e meno vogliamo affrontare.

Questi sono le 5 storie di fantasmi che ho amato di più, tutte appartenenti alla narrativa breve sugli spettri.

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1 – Giro di vite di Henry James: il più coinvolgente

Uno degli incipit più famosi delle storie di fantasmi:

Il racconto ci aveva tenuti col fiato sospeso attorno al focolare, ma, salvo l’ovvia osservazione che esso era raccapricciante, come dovrebbe in fondo essere ogni strana storia narrata la vigilia di Natale in una vecchia casa, non ricordo che suscitasse alcun commento, sinché qualcuno ebbe a dire che quello era il primo caso a sua conoscenza in cui una prova del genere fosse toccata ad un fanciullo.

Si trattava, ricordo, di un’apparizione in una casa altrettanto vecchia di quella che ci aveva riuniti per l’occasione: una visione spaventosa apparsa ad un bambino che dormiva nella stanza della madre, e che l’aveva destata con il suo terrore; destata non per vincere quell’incubo e farlo teneramente riaddormentare, ma perché ella stessa, prima di esservi riuscita, si trovasse davanti alla medesima visione che lo aveva sconvolto.

Un’introduzione al di fuori del racconto vero, in prima persona, presentato come la testimonianza della protagonista della storia.

Fantasmi crudeli, pronti a distruggere due innocenti anime infantili, o la testimonianza di un parossismo di suggestioni e fantasie?

Una giovane istitutrice, chiamata a istruire due fratelli, si trova giorno dopo giorno coinvolta in un’oscura vicenda, in una serie di scoperte e apparizioni che la costringeranno a dover lottare per la salvezza dei suoi piccoli allievi.

Ma dove comincia la verità e dove finisce la fantasia?

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2 – Dopo di Edith Wharton: il più inquietante

“Oh, certo che ce n’è uno, ma non lo riconoscerete mai!”

L’affermazione, gettata lì ridendo, sei mesi prima, in un giardino pieno della luce dorata di giugno, si riaffacciò alla mente di Mary Boyne, apparendole sotto tutt’altra luce, mentre, nel crepuscolo di dicembre, attendeva che le lampade fossero portate in biblioteca.

Una coppia di successo, affiatata e felice, si trasferisce in una vecchia casa, a quanto pare popolata di invisibili presenze. Oscure ombre che rivelano la loro essenza solo quando è troppo tardi. Ma le vere ombre, quelle che turberanno la vita serena dei coniugi, provengono dal loro passato e dalle loro azioni.

Sarà la casa a materializzare gli spettri? Oppure sono frutto di una coscienza turbata?

 

3) L’acquaforte di M. R. James: il più originale

Tempo fa ebbi il piacere di raccontarvi un’avventura che capitò a un mio amico di nome Dennistoun durante la sua ricerca di oggetti d’arte per il museo di Cambridge.

Al suo ritorno in Inghilterra non pubblicò un ampio resoconto delle sue esperienze, ma queste non poterono restare sconosciute a un certo numero di suoi amici, e fra gli altri al gentiluomo che a quel tempo era a capo di un musero di un’altra Università.

Il professore di cui si parla, protagonista del racconto “L’album del canonico Alberico” diventa il punto d’unione fra due narrazioni, introducendo il lettore nel polveroso mondo accademico, apparentemente quieto e privo di tensioni emotive, che fa da sfondo a varie opere dell’autore. Qui ne L’acquaforte, i docenti si trovano alle prese con un quadro bizzarro, in un primo momento apparentemente privo d’interesse artistico, nel quale col passare del tempo si svolge una terrificante scena, quella del rapimento di un neonato, come imprigionata, fotogramma dopo fotogramma, all’interno della stampa.

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Impotenti, i professori assisteranno al crimine, chiedendosi se ciò che vedono sia presente passato… o futuro.

Fra i racconti di James non è quello che amo di più, ma certametne è quello che ha maggiormente influenzato e ispirato altre opere di genere.

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4) La zampa di scimmia William Wymark Jacobs: il più incalzante

Fuori, la notte era fredda e umida, ma nel salottino di Lakesman Ville le persiane erano chiuse e il fuoco ardeva allegro nel camino.

Padre e figlio stavano giocando a scacchi, e il primo, il quale aveva a proposito del gioco idee che comportavano innovazioni radicali, metteva spesso il suo re in situazioni così inutilmente pericolose da suscitare persino i commenti della vecchia signora dai capelli bianchi che se ne stava seduta tranquillamente accanto al camino a lavorare a maglia.

Un quadretto di famiglia, nella sua normalità, fornirà il contrasto col crescente disagio che il lettore proverà procedendo nella storia. Semplice lo spunto: se si potessero realizzare tre desideri, uno almeno non sarebbe riavere accanto una persona tanto amata e perduta? Ma che cosa ci sarebbe davvero restituito, dall’oscura magia?

Il racconto ha ispirato un omonimo film del 2013.

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5) Racconto di Natale: il più famoso

I fantasmi più celebri della letteratura non potevano non essere menzionati in questo articolo.

Marley era morto, tanto per cominciare. Non c’era alcun dubbio. Il registro della sua sepoltura era stato firmato dal pastore, dal chierico, dall’impresario delle pompe funebri e dal responsabile della cerimonia funebre. L’aveva firmato anche Scrooge. E il nome di Scrooge alla Borsa era valido per qualsiasi cosa su cui lui decidesse di mettere mano. Il vecchio Marley era morto come il chiodo di una porta.

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La storia la conosciamo tutti: per Scrooge, avaro e tirannico commerciante, la vigilia di Natale diventa l’occasione per cominciare una nuova vita. Uno spettro, quello del socio defunto, e tre spiriti, quelli del Natale passato presente e futuro, lo condurranno, durante questa lunga notte, a un’alba di redenzione.

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Menzione particolare: i fantasmi più divertenti

La storia di fantasmi più divertente è senza dubbio il celeberrimo racconto di WIlide, Il fantasma di Canterville, che ironizza sugli americani (così attuali da farceli immaginare in panni moderni!), sulla noblesse oblige inglese, sulla moda della caccia agli spettri così tipica del tempo dell’autore.

Fra smacchiatori e leggende, anche una delicata storia d’amore.

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Menzione particolare: i fantasmi più cattivi

I fantasmi più cattivi sono quelli orientali, che tormentano fino alla morte i loro bersagli. Ma fra le pagine dei libri, credo che Shining si aggiudichi la palma per il fantasma, o meglio l’edificio infestato, più cattivo.

Posso dire che il potere di questo libro è stato tale su di me da provocarmi una crisi di sonnambulismo.

La trama? Un albergo isolato per tutta la stagione invernale. Un custode, prigioniero fra le mura insieme alla sua famiglia. Aggiungiamo che a far loro compagnia ci sono le anime dei tanti morti che hanno perso la vita nella struttura… e il Male, che ha già cominciato a lavorare per impossessarsi anche delle loro anime.

Pauuuuuraaaaa…

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Le muse dei preraffaelliti

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Le muse dei preraffaelliti

Le donne, modelle, compagne, mogli e artiste che hanno fatto parte del movimento preraffaellita. Non solo una fratellanza, ma anche una sorellanza: brotherhood e sistehood, ecco un breve ritratto delle muse dei preraffaelliti.

Le muse dei preraffaelliti e la confraternita dei preraffaelliti

I preraffaelliti, come abbiamo visto in altri articoli, si contrappongono all’accademismo ufficiale vittoriano, sempre più anacronistico e rigido nei suoi canoni. Capeggiato da William Holman Hunt, da Dante Gabriel Rossetti e da Thomas Huges il movimento propone nuovi canoni in antagonismo con il Neoclassicismo Accademico, sposato appieno dalla Royal Academy, nella quale i preraffaelliti muovono i primi passi, proponendo le loro idee e tematiche.

Le muse dei preraffaelliti

Una delle caratteristiche del movimento è che alla confraternita si affianca anche un gruppo femminile, una vera e propria “sorellanza”, nella quale si muovono le compagne di vita, le muse, modelle e ispiratrici dei pittori, divenute a loro volta protagoniste del movimento artistico, spesso dimostrandosi artiste di altissimo livello.

Sisterhood anf Brotherhood: il movimento preraffaellita.

Storie che si intrecciano: romantiche, tragiche, cariche del fascino di quest’epoca di contrasti e di grandi ideal, queste sono le protagoniste al femminile dell’arte preraffaellita, e queste le loro avventure, nella vita e nell’arte.

Lizzie Siddal

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Di Lizzie Siddal abbiamo già parlato ampiamente nell’articolo a lei dedicato: posò per Deverell, per Millais nella sua celeberrima Ofelia, e per Rossetti, che divenne poi suo marito. Un destino tragico, di depressione e di sofferenza, la condusse a morte prematura.

il salotto di miss darcy, regency & vittoriano
The Ladies’ Lament

Di lei abbiamo numerosi ritratti, ma anche varie opere, giudicate dai critici molto positivamente. Lo stesso Ruskin valutò le sue tele superiori perfino a quelle del marito.

Effie Gray

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330px Euphemia Effie Chalmers née Gray Lady Millais by Thomas Richmond

Effie Gray fu moglie del critico d’arte Ruskin, ma ottenne l’annullamento del matrimonio in quanto mai consumato. Della sua vita e dello scandalo che la segnò abbiamo raccontato in questo articolo.

Sposò Millais, di cui fu compagna e modella, ma fu anche pittrice. Una malattia alla vista le impedì di dipingere negli ultimi anni della sua vita, quando almeno ebbe la consolazione di vedersi riabilitata e riammessa a corte.

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Annie Miller

Annie Miller nacque nel 1835 nel Chelsea, figlia di un ex soldato.  Rimasta precocemente orfana di madre, ebbe una vita ai limiti della povertà. Incontrò Hunt mentre lavorava come cameriera e attirò la sua attenzione, divenendone ben presto modella.

Annie Miller è apparso come soggetto di alcuni dei dipinti di Hunt, forse il più famoso nella sua il risveglio della coscienza, ora nella Galleria Tate , anche se il volto è stato successivamente ridipinto dall’artista.

Hunt aveva deciso di sposarsi con Annie e così, prima di partire per la Palestina nel 1854, aveva predisposto perché la giovane avesse un’istruzione durante la sua assenza, in vista del matrimonio.

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Annie Miller dipinta da Hunt

Hunt lasciò anche un elenco di artisti, tra cui Millais, per i quali Annie poteva posare. Tuttavia, durante l’assenza di Hunt e contrariamente ai suoi desideri, Annie posò per George Price Boyce e per Rossetti. Per Rossetti è apparsa in opere come Il sogno di Dante e Elena di Troia.

In quel periodo Annie Miller allacciò una relazione con il settimo visconte Ranelagh, motivo che portò Hugh a rompere il fidanzamento. Sposò successivamente il capitano Thomas Thomson, parente del Visconte.

Non è chiaro se Annie sia stata l’amante di altri pittori, mentre posava per loro: si sa per certo che dal marito ebbe due figli e che dopo il periodo coi preraffaelliti abbia scelto un’esistenza più regolare e più consona alla morale vittoriana.

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Fanny Cornforth

Appartenente alla working class della società inglese, la Cornforth incontrò Rossetti nel 1858 e divenne sua modella e amante durante l’assenza di Elizabeth Siddal. Quando Lizzie ritornò nel 1860, Rossetti la sposò con il presentimento che la giovane e tormentata donna sarebbe morta dopo poco tempo.

Fanny Cornforth
Fanny Cornforth, schizzo di Rossetti

Molti biografi presumono che fra Fanny e Lizzie non corresse buon sangue, ma è probabile che la Siddal non sapesse della relazione di Rossetti.

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Bocca baciata, Rossetti

Fanny Cornforth si sposò poi con il meccanico Timothy Hughes, ma fu una relazione di breve durata: dopo la morte di Lizzie Siddal, Fanny Cornforth si trasferì da Rossetti come sua governante. Rossetti in quel periodo intessé una relazione anche con Jane Morris, ma Fanny restò comunque al suo fianco. Durante la loro lunga e movimentata relazione posò per Rossetti in circa sessanta dipinti.

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Georgiana Burne-Jones, their children Margaret and Philip in the background,

Georgiana Burne-Jones

Georgiana Burne-Jones Nacque a Birmingham nel 1840, figlia di un pastore metodista.

Quinta di undici figli, è nota anche come una delle “sorelle MacDonald”: la sorella Agnes divenne moglie di Edward Poynter, un pittore che divenne direttore della National Gallery e, in seguito, presidente della Royal Academy. La sorella Louisa diede alla luce il futuro primo ministro Stanley Baldwin e un’altra sorella, Alice, fu la madre di Rudyard Kipling.

Green Summer, 1864 (gouache on paper) by Burne-Jones, Sir Edward (1833-98) Private Collection English, out of copyright Nel quadro alcune sorelle Mc Donald e Annie Miller
Green Summer, 1864 (gouache on paper) by Burne-Jones, Sir Edward (1833-98)
Private Collection
English, out of copyright
Nel quadro Georgiana, Louisa e Agnes Macdonald con Jane Morris e muse preraffaellite.

Georgiana si fidanzò con Edward Burne-Jones da ragazzina. Al contrario di altre muse preraffaellite, Georgiana frequentò durante la giovinezza ambienti culturali, spronata anche dai fratelli e accanto al fidanzato che frequentavano il college.

Bourne-Jones, influenzato dalle letture e dalla pittura dei preraffaelliti, decise di lasciare gli studi e dedicarsi all’arte, abbracciando gli ideali del movimento preraffaellita: fu così che anche Georgiana entrò in contatto con la Fratellanza.

Durante gli anni del matrimonio Georgiana compì studi di design, di cui rimane ben poco a parte qualche xilografia. Nota per il suo carattere dolce, fu segnata dallo scandalo per la relazione del marito con la modella greca, Maria Zambaco, con cui egli tentò il suicidio scatenando un caso pubblico. Questi fatti spinsero Georgiana a legarsi a William Morris (la cui moglie, Jane, fu per un periodo amante di Rossetti…). Il matrimonio però resse e la coppia restò insieme fino alla morte.

Maria Zambaco

img-32Maria Zambaco, cugina di Marie Spartali Stillman, fu modella e amante di Bourne-Jones; posò anche per Rossetti e altri artisti. Dopo un primo matrimonio, da cui Maria aveva avuto due figli, lasciò il marito e Parigi, trasferendosi a Londra dove entrò in contatto con i preraffaelliti.

Maria studiò alla Slade School sotto Alphonse Legros e sotto Auguste Rodin a Parigi. Lavorò come scultrice e al British Museum sono esposte quattro delle sue opere, medaglie raffiguranti le teste di giovani ragazze. Ha esposto alla Royal Academy nel 1887 e nel 1889 alla Arts and Crafts Exhibition Society di Londra.

Maria Zambaco dipinta da Edward Burne-Jones
Maria Zambaco in un bozzetto di Edward Burne-Jones

Fu molto apprezzata come modella all’interno dei circoli Preraffaelliti per i suoi capelli rosso scuro e la pelle pallida; oltre che per Edward Burne-Jones posò per l’americano Whistler e per Dante Gabriel Rossetti. Dopo lo scandalo per la sua relazione con Bourne-Jones tornò a Parigi, ormai abbandonata dagli amici e dalle altre frequentazioni.

Jane Burden Morris

Jane Morris preraffaelliti
Jane Morris

Jane Burden ha incarnato l’ideale di bellezza dei preraffaelliti. Fu la musa di William Morris (che sposò nel 1859) e di Dante Gabriel Rossetti.

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Di umili origini, fu notata dall’artista Dante Gabriel Rossetti nell’ottobre 1857, mentre stava assistendo ad uno spettacolo teatrale con la sorella Elizabeth: il pittore la convinse a posare come sua modella. Posò poi per William Morris (la prima volta per La Belle Iseult), con cui si legò sentimentalmente. Dopo il fidanzamento fu educata privatamente, e divenne un’accanita lettrice, anche in francese e più tardi in italiano, e una pianista di buon livello.

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Jane Morris, Proserpina per Rossetti.

Si sposarono a Oxford il 26 aprile 1859, ed ebbero due figlie, Jane (nata nel 1861) e Mary, detta May (nata nel 1862), futura editrice delle opere del padre. La famiglia visse a lungo a Kelmscott Manor, nel villaggio di Kelmscott, West Oxfordshire. I due furono tanto legati a questa residenza che Morris chiamò Kelmscott House anche la dimora londinese, dove la famiglia si trasferì nel 1879 e dove l’artista morì nel 1896.

Negli anni fu sempre molto legata a Rossetti, che la ritrasse numerose volte.

Nel 1884 incontrò il poeta e attivista Wilfrid Scawen Blunt, che divenne tre anni più tardi il suo amante. I due rimasero in ottimi rapporti di amicizia anche dopo la fine della relazione, nel 1894. La Burden morì nel 1914, a Bath.

Oltre che da Rossetti e dal marito, Jane Burden fu ritratta anche da Edward Burne-Jones e Evelyn De Morgan.

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Alexa Wilding

 

Alexa Wilding fu una delle modelle preferite di Rossetti, che la ritrasse in un grande numero di dipinti.

Di lei e della sua vita, prima e dopo l’incontro con Rossetti, si sa poco, ma uno dei pochi dati che sembrano certi è che, nonostante i due fossero molto legati, non intercorresse alcun legame romantico, al contrario che con altre modelle.

Alexa Wilding apparteneva alla classe lavoratrice, figlia di un costruttore di pianoforti.

Rossetti rimase così colpito da lei da pagarle un compenso extra perché non posasse per nessun altro.

Dopo la morte di Rossetti, Alexa Wilding sparì dalla circolazione, di lei si sa che nel censimento del 1881 viveva a Kensington, madre di due figli probabilmente illegittimi.

Morì nel 1884.

 

Altri articoli sui preraffaelliti:

I preraffaelliti

Evelyn De Morgan

L’arte delle fate preraffaellita

Effie Gray

Lizzie Siddal

 

Fonti

https://en.wikipedia.org/wiki/Annie_Miller

https://it.wikipedia.org/wiki/Fanny_Cornforth

http://preraphaelitesisterhood.com/prbday-the-faces-of-elizabeth-siddal/

https://en.wikipedia.org/wiki/Georgiana_Burne-Jones

https://en.wikipedia.org/wiki/Maria_Zambaco

https://en.wikipedia.org/wiki/Alexa_Wilding

https://it.wikipedia.org/wiki/Jane_Burden

http://www.victorianweb.org/gender/preraph.html

http://www.settemuse.it/arte/corrente_preraffaelliti.htm

http://preraphaelitesisterhood.com/what-is-the-pre-raphaelite-woman/

I viaggi in epoca Regency

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I viaggi in epoca Regency

(tratto dal volume Regency & Victorian)

I viaggi in epoca Regency: com’era viaggiare ai tempi di Jane Austen? Le strade all’inizio dell’800 erano circa le stesse lasciate dai romani, con l’aggiunta di nuove piste in terra battuta, a volte fangosa, a tratti resa pericolosa dalle imboscate di malintenzionati.

Ma in epoca Regency, nonostante ciò, si viaggia con una certa facilità e frequenza, se si hanno mezzi a disposizione: chi deve muoversi a piedi calcola con molta attenzione la necessità di un viaggio e non si muove per diporto, ma chi può permettersi di viaggiare più comodamente, si sposta anche per “necessità sociali”.

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Chi è povero, infatti, in epoca Regency tende anche a essere stanziale e intraprende un viaggio solo per migliorare le proprie prospettive lavorative o per emergenze familiari serie. I sistemi di viaggio sono due: i già citati piedi e le diligenze, che erano il mezzo di trasporto più rapido ed economico adatto alle lunghe distanze (ne parleremo fra poco).

I viaggi dei ricchi

I più ricchi, che potevano permettersi invece mezzi di trasporto privati, viaggiavano su carrozze e cavalli: le signore viaggiavano rigorosamente in carrozza, mentre i gentiluomini potevano anche muoversi più rapidamente, a cavallo. Se un uomo accompagnava una signora che non fosse moglie o madre o sorella, era bene che la scortasse cavalcando, e non viaggiasse nell’abitacolo con lei. Valeva la già ripetuta regola “mai in carrozza da soli” anche e soprattutto nelle lunghe percorrenze. Quando comitive più o meno numerose si spostavano, per esempio, dalla campagna alla città, i gentiluomini o precedevano le carrozze, anche per ispezionare per primi il percorso e preparare le soste, o le affiancavano come scorta.

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Possedere una carrozza richiedeva spazio e denaro, perché oltre alla manutenzione del mezzo era necessario avere modo di mantenere i cavalli, non solo nel  senso di nutrirli e di  tenerli in un luogo confortevole, ma anche nel senso che dovevano essere circondati da personale specializzato  (quindi per tutto l’insieme serviva avere a disposizione stalle, stallieri, cocchieri, lacchè…) e il costo non era per tutti: il possesso di una carrozza era un ottimo indicatore sociale, ancor più che le automobili oggi, le vetture sportive, come una barouche, erano un ulteriore indicatore di ricchezza, poiché chi le aveva doveva avere anche anche una carrozza da viaggio, se poteva permettersi una carrozza da diporto).

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Prendiamo i viaggi Austeniani

Prendiamo le signore Dashwood, che dopo la morte del padre si ritrovano in indigenza…

Tutto sommato, potranno contare su un totale di cinquecento sterline l’anno, e che cosa potrebbero desiderare di più su questa terra quattro donne? Vivranno senza dover spendere troppo! La gestione della casa non costerà praticamente nulla. Non avranno né carrozza, né cavalli, e a malapena qualche persona di servizio; non daranno ricevimenti, e non avranno spese di nessun genere! Pensa solo a come staranno bene! (Ragione e Sentimento, Volume primo, capitolo 2, trad. Giuseppe Ierolli)

e infatti…

I cavalli che le erano stati lasciati dal marito erano stati venduti dopo la sua morte, e quando si presentò l’occasione di disfarsi della carrozza, accettò di venderla seguendo il caloroso consiglio della figlia maggiore. (Ragione e sentimento, Volume primo, capitolo 5, trad. Giuseppe Ierolli)

Gli spostamenti di solito erano a lungo termine, data la difficoltà di muoversi sulle strade e le permanenze, soprattutto quando si trattava di donne, erano sempre in termini di settimane.

I principali spostamenti erano quelli da e per Londra verso e dalle dimore di campagna, a seconda della Stagione, ma anche quelli che conducevano i gruppi ospiti di questo o quel maniero: le “visite” erano veri e propri trasferimenti e soggiorni a casa altrui.

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veduta di Bath

In epoca Regency si andava anche in vacanza.

Era convinzione che il cambiamento d’aria fosse un toccasana e che passare da ambienti più o meno umidi (campagna) o malsani (la polvere cittadina, ad esempio) a località più salubri fosse ottimo rimedio contro vari mali.

Prima che si conoscessero le cause reali della tubercolosi, si pensava che la malattia fosse principalmente causata dall’aria e che il rimedio fosse il trasferimento in località dall’aria migliore, come le località marittime.

Durante la Reggenza, luoghi come Bath e Brighton divennero località turistiche rinomate, la prima per via delle antiche terme e la seconda per il clima mite e l’accoglienza.

Anche nei romanzi di Jane Austen le protagoniste si spostano in località vacanziere e non solo per necessità, pensiamo a Lydia che va a Brighton (vabbè, lei ci va a caccia di… avventure), Elizabeth che programma la vacanza ai laghi (anche se poi cambia meta), Anne Elliot che si reca a Lyme, Emma che va in viaggio di nozze, Catherine Morland che prima si reca a Bath con i vicini di casa e poi parte in gita con i Thorpe… fino all’esecrabile e stupefacente Mr. Churchill che da Highbury va a Londra solo per farsi tagliare i capelli (se vogliamo crederci).

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Discriminazioni nel viaggio in epoca Regency

Gli uomini viaggiavano molto più agevolmente delle signore, potendosi spostare a cavallo e usufruendo anche dei cavalli di posta. Mr. Darcy precede la compagnia e in più occasioni troviamo personaggi che si congedano per affari, dovendo raggiungere altre località.

Ma chi non poteva permettersi mezzi propri, o doveva fare viaggi molto lunghi e troppo dispendiosi da fare con mezzi propri?

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Posta e diligenze

Il sistema postale, per quanto non troppo efficiente, compare in Inghilterra nel 1600.

In contemporanea, nasce il servizio delle diligenze, che sfrutta le stazioni di posta appartenenti al British Post Office, per le soste.

Le stazioni di posta funzionavano in modo molto simile alle mansiones romane: poste a circa otto miglia l’una dall’altra, avevano varie funzioni.

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  • Soste per i viaggiatori

I viaggiatori trovavano alle stazioni di posta piccole locande dove era garantito vitto e alloggio. Potevano ristorarsi, sgranchirsi le gambe, mangiare qualcosa o decidere di pernottare se il viaggio si protraeva da tempo. I viaggi in carrozza non erano molto agevoli, nonostante i tentativi di migliorare le sospensioni dei mezzi e molte ore di viaggio erano distruttive e raramente si viaggiava giorno e notte.

  • Cambio cavalli postali. Le diligenze, affiancavano i post boy nella distribuzione della posta e come loro viaggiavano, al contrario delle carrozze private, giorno e notte, fermandosi solo per brevi soste durante le quali avveniva il cambio dei cavalli.

Proprio come in epoca romana, le stazioni infatti fornivano un servizio di ricambio ai cavalli delle diligenze e un noleggio ai privati. Spesso i gentiluomini erano accompagnati da postiglioni che viaggiavano in diligenza con lo scopo di gestire il cavallo privato del padrone o di riaccompagnarlo a casa. Anche i cavalli della stazione ritornavano a quella di provenienza, accompagnati al passo da uno stalliere dopo essersi riposati.

  • Stazione vera e propria: alle poste i passeggeri della diligenza potevano scendere e salire, come in una vera stazione.

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La diligenza – viaggiare in epoca Regency

La diligenza era una carrozza imponente, tirata da quattro cavalli e capace di contenere fino a trenta passeggeri con relativi bagagli (leggeri, non certo bauli di grandi dimensioni).

Nel corso del tempo questo mezzo si è evoluto per essere il più confortevole e capiente possibile, anche se la sua progressiva elevazione in altezza ha reso il mezzo sempre meno stabile: non erano rari incidenti di diligenze che si ribaltavano.

La prima linea di diligenza fu avviata nel 1610 e corse da Edimburgo a Leith, ma in breve tempo la diffusione divenne capillare.

Le diligenze viaggiavano a circa cinque miglia all’ora, per un totale di 60-70 miglia giornaliere.

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Pro e contro dei viaggi in diligenza

Il pro più importante e più evidente è certo la possibilità di compire viaggi lunghi con una relativa velocità e comodità.

Per molti, l’unica valida alternativa era costituita dalla marcia, perciò il sevizio di diligenza ebbe un impatto rivoluzionario sui trasporti del passato.

È famoso, però, il commento di Mozart riguardo al proprio viaggio verso Monaco in una lettera inviata al padre: “…non si può chiudere occhio per un solo minuto. Queste carrozze ci strattonano fin dentro all’anima! E i sedili: duri come pietra! Da Wasserburg in poi, temevo che non sarei mai arrivato a Monaco di Baviera…”

La scomodità dei viaggi in diligenza trova eco anche nei romanzi di Jane Austen:

Fanny, per un motivo diverso, ne era estremamente lieta, poiché il piano originale prevedeva che William partisse col postale da Northampton la sera successiva, il che non gli avrebbe permesso di riposare neanche un’ora prima di prendere la diligenza per Portsmouth; e anche se l’offerta di Mr. Crawford le avrebbe sottratto molte ore in compagnia del fratello, era troppo felice di veder risparmiare a William la fatica di un viaggio del genere per pensare ad altro. (Mansfield Park, Volume secondo, capitolo 9, trad. Giuseppe Ierolli)

Oltre alla scomodità, non era da trascurare anche l’impatto igienico di questo tipo di viaggi.

Il mezzo era abbastanza economico da essere alla portata di molte tasche. Tasche pulite e tasche sporche. In epoche abbastanza allergiche all’acqua e sapone, nelle quali le parrucche fornivano vitto e alloggio a piccoli e vitalissimi zoo, c’è solo da immaginarsi quanto le carrozze e le locande di sosta potessero veicolare… uomini e bestioline.

Nel 1600 già giravano consigli igienici per evitare spiacevoli sorprese, fra cui l’uso della canfora per presidiare i letti nelle locande, l’uso di biancheria personale e quello di una specie di sacco fatto di pelle di cervo, da interporre fra sé e i materassi: un sistema che fungeva da impermeabilizzante e che, attirando su di sé i piccoli ospiti, preservava dalla colonizzazione l’umano addormentato.

Ma gli assalti alle diligenze non erano solo quelli dei parassiti.

Chi è che, sentendo parlare di diligenza, non vede subito nella mente un’immagine del far west, coi banditi al galoppo con le pistole in pugno?

Senza andare nel west, anche in Europa le diligenze non erano mai al sicuro dal brigantaggio. E spesso anche le stazioni di posta, specie se lontane dalle città, subivano attacchi.

Per questo, spesso le carrozze erano affiancate da una guardia a cavallo, armata di fucile, per proteggere carico e passeggeri.

Non so voi, ma a me è passata la voglia di viaggiare!!!!

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Tempi di viaggio e velocità dei mezzi -viaggiare in epoca Regency

Lo so, mie care autrici: questo lo avete cercato disperatamente in rete.

È uno dei problemi più frequenti quando si scrive storico/fantasy.

A che velocità viaggia un cavallo? Per quante ore?

Ecco una tabella che verrà molto utile…

Mezzo Velocità Note
A Piedi 2-6 km/h Circa 30 km al giorno
Cavallo al passo 5-7 km/h Può viaggiare un giorno intero con poche soste.
Cavallo al trotto Dai 10/12 km/h fino ai 55 km/h 15 -30 minuti per volta
Cavallo galoppo Dai 30 ai 70 km/h Da 2 a 9 minuti per volta
Viaggio a cavallo In media 8-9 km/h Circa 100-150 km al massimo
Diligenza 5-6 miglia/ora (8-9 km/h) 60-70 miglia al giorno (110 km)
Carrozza 9 km/h Circa 100 km al giorno
Cavalleria  6-6,5 miglia/ora (9,7-10,5 km) 35 miglia (Km 56,3) al giorno

1 miglio corrisponde a 1,609344 km.

I fattori che influenzano le velocità di viaggio sono molteplici:

  • il fondo stradale
  • le condizioni climatiche
  • le soste (numero, durata)
  • l’eventuale cambio dei cavalli
  • peso del carico
  • abilità del conducente
  • qualità dei cavalli
  • eventuali sf…ortune, intoppi, incidenti, imprevisti, probabilità o passaggi dal Via!

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altri articoli…

Moda 1800 –  l’estate vittoriana

Bath – la spa romana rimasta ai tempi di Jane Austen

 

La caccia alla volpe in epoca vittoriana

caccia alla volpe in epoca vittoriana

La caccia alla volpe – una tradizione inglese antica e mai perduta

Come la caccia, anche la caccia alla volpe ha una tradizione e una ritualità tutta sua.

Questa è una di quelle usanze che vi racconto, ma da cui mi dissocio totalmente, a partire dall’allevamento dei cani allo scopo di renderli abili alla caccia, fino all’ultimo punto di questo paragrafetto.

Cominciamo col dire che prima di cacciare le volpi, che alla nobiltà non interessavano minimamente, i signori andavano a caccia possibilmente di cervi e selvaggina allo scopo di arricchire le proprie tavole. In questo caso, serviva loro prima di tutto una buona quantità di possedimenti terrieri, e almeno un cavallo per andare nei boschi. In questo, non c’era nulla di rituale o particolare: era la vita comune del nobiluomo che procacciava il  cibo per la sua tavola e per eventuali ospiti.

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Le volpi, erano invece considerate un problema del popolo, perché rubavano le galline dai pollai ed erano i contadini a mettere trappole o a cercare di liberarsene, se capitava di essere bersaglio di questi piccoli carnivori. A nessuno veniva in mente di mangiarle; così come al popolo, o alla servitù di qualunque grado veniva in mente di cacciare nei terreni del padrone: solo lo scudiero e il figlio dello scudiero, col permesso del signore del feudo, potevano cacciare. Il bracconaggio era punito con l’espulsione dalla tenuta. Se vi sembra una punizione da poco, pensate che originariamente la caccia di frodo era punita con la morte e la famiglia del responsabile allontanata dalle terre.

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Mitigata la pena nell’esilio dalla tenuta del padrone, comunque, il reo di caccia proibita non si trovava ad avere vita facile, perché doveva trovare nuova dimora presso un altro signore, il quale prima di accettarlo nella sua terra avrebbe chiesto il motivo per cui si era allontanato dal villaggio in cui viveva. OK, raccontiamo una bella bugia, ma c’è il rischio di cadere dalla padella nella brace. Insomma, una pernice non vale tutto questo trambusto.

Anche senza pensare ai cacciatori di frodo, gli stessi signori si davano senza troppi pensieri alla caccia di cervi e prede importanti, senza pensare a quanti capi era meglio lasciare per permettere  ai boschi di ripopolarsi a sufficienza.

Col tempo, e con la caccia non regolata, i cervi divennero una preda sempre più rara, così come la selvaggina, e la caccia divenne per lo più uno sport in cui, per la verità, non ci vedo molta sportività, dato che gli avversari non sono attrezzati alla pari dei cacciatori. Ma poiché questa opinione sarebbe assai avversata da qualunque buon inglese, lasciamo che le mie parole si perdano fra gli aromi di una tazza di earl grey e torniamo alla caccia.

caccia alla volpe in epoca vittoriana

Una volta esaurita, o quasi, la selvaggina, per poter soddisfare il gruppo di cacciatori, è nata la tradizione della caccia alla volpe, senza alcuno scopo alimentare o protettivo delle colture: si tratta proprio di uno sport, di un gioco emozionante, nel quale vengono coinvolte in maniera quasi rituale diverse figure.

Cavalli e segugi

Per partecipare alla caccia alla volpe era necessario essere ricchi; organizzare una caccia alla volpe richiedeva di essere ancora più ricchi. Il primo segno dell’elevato status sociale era il cavallo. Per cacciare non andava bene un cavallo qualsiasi: era stata selezionata una razza, quella dei purosangue inglesi, cavalli veloci, leggeri, bellissimi, il cui unico scopo era correre.

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Non erano cavalli da tiro, da lavoro: erano meraviglie da cavalcare. La bellezza, però costa. Stalla, stalliere, cibo, sgambata, selle, ferri… tuttavia, quando metti il piede sulla staffa, sai che quel cavallo vale tutto quello che hai speso. Ovviamente, devi avere molti, molti altri soldi per altre spese, fra cui mangiare, vestirti come si deve, mantenere un esercito  di servitù, un paio di case, e ovviamente carrozze, cavalli da tiro (mica ci metti i purosangue a trainare la carrozza, sei matto?) e poi tutto quello che ti serve per fare bella figura con amici e parenti. Non necessariamente, però, toccava al padrone di casa offrire i cavalli agli ospiti radunati per la caccia alla volpe, anche se i più famosi Lord organizzatori  di questi eventi, erano anche noti per le scuderie stratosferiche.

Torniamo alla nostra eccitante giornata: la caccia alla volpe è un evento unico, fissato in una data precisa, il giorno dopo Natale. C’è chi va a fare i regali ai poverelli, e chi ammazza le volpi.

caccia alla volpe in epoca vittoriana

Il 26 dicembre infatti è anche il boxing day.

Natale Vittoriano – tradizioni e curiosità

Dress code per la caccia alla volpe

I cavalieri partecipanti alla caccia alla volpe si radunavano sui loro magnifici purosangue, pronti per cacciare. Anche i cavalieri ubbidivano a un dress code molto stretto, lo riconoscereste ancora oggi, perché l’abbigliamento da gara nei maneggi richiama proprio quello indossato storicamente nella caccia alla volpe, molto più simile all’abbigliamento ottocentesco che a quello moderno.

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giacca da master

I cacciatori di volpi di solito indossavano l’abito da caccia standard, che consisteva in una giacca rossa o blu, camicia bianca (in epoca Regency gli uomini non ne portavano di altri colori), cravatta chiara (idem) e calzoni. Il colore dei pantaloni variava da caccia a caccia, ma generalmente era di un colore chiaro. Gli stivali erano di un modello tipico inglese, senza lacci, di colore nero con la parte superiore in pelle marrone.

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Il numero di bottoni sulla giacca da caccia di un uomo variava a seconda dell’abilità.

Il padrone fra i suoi domestici aveva un impiegato speciale, molto rispettato:  il conduttore della caccia, che si riconosceva in quanto indossava una giubba scarlatta con quattro bottoni lucenti di ottone, mentre il cacciatore normale aveva cinque bottoni. I cacciatori dilettanti avevano quattro bottoni. Il tricorno, di moda in epoca Regency, verrà poi sostituito dal cilindro, e infine dal cap, un copricapo di sicurezza.

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La caccia alla volpe sport poco sportivo

Nella notte precedente alla caccia, la volpe viene catturata e le sue tane, buche scavate nel terreno, chiuse, per evitare che durante la battuta possa trovare riparo facilmente. Complimenti per la genialità e per la sportività.

Perché una battuta di caccia a cavallo possa svolgersi senza imprevisti e in maniera regolare è necessaria la compresenza del Master – il responsabile dell’organizzazione della battuta, che di solito è un dipendente del padrone di casa, del Field Master, che ha il compito di aiutare il Master e gestisce il gruppo degli altri cacciatori. Il Field Master è supportato dall’Huntsman, colui che si occupa, insieme ai suoi assistenti (“whippers-in”), nell’addestramento e nella gestione della muta dei cani da caccia, per gli inglesi “Pack”.

cacia alla volpe pack

Per richiamare i cani, incitarli e riportarli all’ordine, Huntsman e “whippers-in” utilizzano il celebre corno e lunghe fruste.

In tanti quadri e persino su famose porcellane, troviamo immagini di queste famose cacce, coi cavalieri sui loro purosangue, circondati da segugi festosi.

caccia alla volpe

Inizia la caccia alla volpe

Quando la volpe viene liberata, l’esaltazione è al culmine ed è difficile mantenere il controllo: è necessario che i cavalli più veloci e i cavalieri più esperti partano per primi dietro ai cani, e solo dopo i meno esperti seguano la muta per evitare incidenti. E se qualche signora si lascia tentare dalla caccia, dovrà attendere nelle retrovie: le selle da donna, nell’800 sono ancora troppo instabili per permettere alle cavallerizze di inseguire su terreni scoscesi gli altri cacciatori.

I cani trovavano le tracce della volpe che alla fine viene presa, di solito uccisa con un colpo di fucile dal primo cacciatore che la raggiunge.

In passato si soleva tenere la coda e le zampe come portafortuna.

Esistono foto in cui alcuni Master mostrano con orgoglio la collezione di code appesa ai  capanni.

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Accenni storici alla caccia alla volpe

Sebbene l’uso di cani da caccia per rintracciare le prede risalga a tempi più antichi, la prima caccia alla volpe conosciuta è stata condotta a Norfolk, in Inghilterra, a quanto suggeriscono le fonti, con lo scopo di tenere le volpi fuori dai campi degli agricoltori. I primi branchi di cani ben addestrati furono usati alla fine del 17 ° secolo. La caccia alla volpe si diffuse ulteriormente nel 18 ° secolo, quando Hugo Meynell sviluppò una nuova razza di segugi. Questi cani avevano una maggiore velocità, resistenza e un migliore senso dell’olfatto.

Nel 1720, Sir Robert Walpole teneva già due branchi di cani da caccia specifici per la caccia di volpi e lepri, utilizzandoli fino a sei giorni alla settimana. I conti Holkham registrano che un certo William Pickford fu pagato £ 102 nel giugno 1718 per “aver tenuto cani da caccia per 34 settimane a Beck Hall”. George Townsend a Raynham tenne cani per la caccia alla volpe tra il 1752 e il 1772 e Thomas Coke fu nominato Master dei Norfolk Foxhounds dal 1775 al 1797.

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Tutto questo interesse per i cani e per i cavalli era ed è tuttora diffuso nella nobiltà inglese, non si può non ricordare come la stessa regina Elisabetta II si interessasse, pur non partecipando alla caccia, a questi animali.

Oltre al 26 dicembre, in epoca Regency c’era una vera e propria stagione della caccia, che si apriva al termine della London Season (dal 12 agosto), ma non comprendeva la caccia alla volpe, a cui ci si dedicava solo nei mesi invernali.

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Bruno Liljefors: Räven..NM 1893

leggi anche: La caccia in epoca Regency e Vittoriana

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La giustizia nell’Inghilterra vittoriana

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La giustizia nell’Inghilterra vittoriana – prima di Vittoria

La giustizia nell’Inghilterra vittoriana era un poco più giusta di quella amministrata prima che la regina salisse al trono. Lo dimostra la letteratura del periodo, anche se leggendo Dickens non si direbbe, anzi, si affermerebbe proprio il contrario.

Ma prima  dell’era vittoriana andava proprio maluccio. E non solo in Inghilterra, se pensate a quello che ci racconta Manzoni sui  potenti nei Promessi Sposi.

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La giustizia la fa chi può.

La giustizia era affare assai rapido e le leggi erano quelle del più forte.  I nobili e i potenti avevano i loro uomini, piccoli eserciti privati, essendo assai carente la polizia: si potrebbe dire quasi inesistente, perché fino al 1826, a Londra, non fu istituito un vero e proprio corpo con questo nome, ma la popolazione maschile faceva a turno e per un anno, come una sorta di leva militare, svolgeva servizio di polizia gratuitamente. Chiunque fosse al corrente di un crimine era tenuto a denunciarlo.

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La bilancia sbilanciata

L’equità non era garantita: un crimine verso nobili e ricchi era molto più grave. Persino il famoso cedere il marciapiede poteva essere causa di dissapori e della brutta fine di un poveraccio.

La pena di morte era utilizzata per i crimini più disparati, in quanto i tribunali facevano  processi sommari, in cui i testimoni non subivano nessun controllo e avvocati e giudici rapidamente  si liberavano dei casi poco remunerativi.

Poteva bastare un piccolo furto, magari compiuto per estrema povertà, per finire sulla forca in brevissimo tempo. o per essere frustati in pubblica piazza.

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Sedia per fustigazione

La giustizia nell’Inghilterra vittoriana

In epoca vittoriana le cose cominciavano ad andare meglio. A legiferare era il Parlamento, composto da due camere, la  Camera dei Comuni, nella quale si riunivano i rappresentanti eletti dal popolo, e la Camera dei Lord, dove si riunivano i nobili che accedevano per diritto ereditario (i Paria) e gli Arcivescovi e i Vescovi. Lords Temporal and the the Lords Spiritual.

leggi anche:

I titoli di cortesia inglesi – come rivolgersi ai nobili e ai personaggi di ogni ceto sociale

Titoli nobiliari inglesi

Due erano i partiti principali: quello conservatore – Tories – e quello liberale – Whigs.  Alla fine secolo la nascita del partito laburista cercò di modificare gli equilibri, ma la camera dei Comuni non ne ricevette grossi scossoni.

Durante l’epoca vittoriana, se la pena di morte fu ridimensionata e  limitata a delitti in cui erano state compiute violenze gravi, omicidi, o reati maggiori, rimanevano comunque pene molto severe per reati verso la morale e venivano invece trascurati di fatto soggetti bisognosi di protezione, come gli orfani e le vedove.

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Illustrazione di Oliver Twist

Adulti e bambini uguali davanti alla legge

Davanti al tribunale, non c’era differenza se ad avere commesso un crimine è stato un adulto o un bambino: sta solo alla clemenza del giudice ridurre la pena.

Spesso, però, l’idea è quella di comminare pene severe ai piccoli delinquenti per insegnare loro che il crimine non paga. L’educazione vittoriana è dura e la via della giustizia si impara col rispetto dei vecchi, dei giudici e della polizia a suon di botte e bastonate. E se non basta, si apprende in prigione, dove i bambini ben presto diventano vittime di abusi,  da cui non escono certo sanati e pentiti del furtarello per cui tutto è cominciato.

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Il carcere

Se scampare all’impiccagione era una buona cosa, il carcere e i lavori forzati non erano una passeggiata. Oscar Wilde, condannato per sodomia, uscì distrutto nel fisico e nello spirito  dall’esperienza, e come lui tanti che si trovarono spezzati dalla fatica e dall’umiliazione delle carceri.

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Spesso i lavori che erano obbligati a fare erano oltretutto inutili, come camminare su una specie di tapis roulant simile a una ruota di mulino, o girare una manovella. Fino al ’57 dell’800 c’era anche la  possibilità di essere deportati in Australia. Se non si  moriva durante il viaggio, che si svolgeva in condizioni disumane, arrivati là, come spesso capitava nelle Colonie, le malattie falcidiavano la  popolazione, insieme ai lavori forzati che in questo caso corrispondevano alla bonifica delle aree che dovevano diventare urbane.

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fonti:

Victorian era England & Life of Victorians

 

Medici Nell’800 e cure da horror

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Medici nell’800

Essere medici nell’800 significava, per buona parte del secolo, studiare per lo più nelle Università della gran filosofia e sezionare cadaveri nella speranza di capire qualcosa di come funzionasse nella realtà il corpo umano.

Nel 1870 le facoltà di medicina non erano per nulla simili ai nostri standard moderni, a partire dal fatto che per arrivare ai primi concetti di batteri e di contaminazione bisognerà superare la teoria dei miasmi, vapori, fluidi non ben identificati che trasportavano le malattie: solo negli anni ’70, grazie a Pasteur, si passa a parlare di generici “germi”, e non ancora di batteri, funghi, virus. Tanto che il termine “germe” ancora resiste nel linguaggio comune!

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Medici nell’800 – ma solo per le ricette

Se prima del  ’70 dunque nemmeno di germi si parla, e Lister fino al ’67 non pubblica il primo articolo su The Lancet riguardo la prassi dell’antisepsi, possiamo immaginare quanto approssimative fossero le informazioni utili imparate negli atenei. Contemporaneamente, ne venivano invece trasmesse tantissime ricavate dalla medicina tradizionale, nel migliore dei casi non nocive. Per quanto riguardava le informazioni migliori,  il primato delle università apparteneva alle  facoltà di Inghilterra e Scozia, punto di riferimento anche per Harvard e Yale, per le università Francesi (che tuttavia accolsero le innovazioni più rapidamente di quelle inglesi) e delle italiane.

Spesso, i futuri medici ricevevano la loro formazione in un’aula con poca o nessuna esperienza pratica sul campo. Guardando agli Stati Uniti, così come ad altre parti del mondo, le scuole di medicina nel Regno Unito, anche quelle considerate prestigiose, erano generalmente disorganizzati e nel complesso formavano medici poco preparati, e solo l’esperienza sopperiva le carenze degli studi e gli errori che facevano parte della preparazione. Un medico usciva dall’Università convinto di teorie del tutto errate, preparato ad applicare salassi e purghe per curare quasi tutti i mali.

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kit di lancette per salasso del dott. Boone

Il salasso col kit personale

Ogni medico portava sempre con sé, a dimostrazione di questo, un kit per l’applicazione di salassi personalizzato, e ancora oggi, quelli rimasti a testimonianza delle cure dell’epoca, riportano le macchie di sangue mai tolte dai bisturi e dalle custodie.

Il dottore che praticava la sola cura delle persone aveva una certa reputazione, superiore a quella dei chirurghi, al contrario di oggi.

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Il famoso dottor Liston, il chirurgo più veloce del mondo. Amputava un arto in pochi secondi, ma fu anche l’unico a uccidere tre persone in un solo intervento.

Il chirurgo, quel poraccio

I chirurghi erano, infatti, considerati poco più che dei macellai per esseri umani, e per dedicarsi a questa professione bisognava avere caratteristiche diverse dal semplice medico curante: era necessario essere forti, veloci, decisi.

Mancando per buona parte del secolo l’anestesia, gran parte degli interventi erano amputazioni di arti in cancrena e parti cesarei: i secondi si praticavano nel tentativo di salvare durante parti a rischio almeno il bambino, in quanto la madre difficilmente sopravviveva, così come alle isterectomie praticate per curare l’isteria. L’amputazione dava qualche speranza di sopravvivenza a pazienti che altrimenti sarebbero comunque morti. Se superavano lo shock, eventuali infezioni e nuove febbri, avevano una speranza di vita.

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1846: la prima anestesia

I medici nell’800 con simpatia ma senza anestesia

Nel 1840 Horace Wells, dentista, fu il primo a usare il gas esilarante, protossido d’azoto, per intontire i pazienti durante le estrazioni. Fu l’inizio della storia dell’anestesia, e se avete visto il film di Via col Vento, non avrete potuto dimenticare la sequenza dell’ospedale, in cui il Dottor Meed dichiara d’aver finito il cloroformio e di dover amputare ugualmente la gamba a un poveretto, di cui vediamo solo l’ombra e sentiamo e urla, mentre Rossella guarda inorridita. “Non tagliate!” grida la voce tremante di lui, terminante nello straziante rantolo, che spinge la giovane donna a fuggire da quell’orrore.

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replica del primo apparato per l’anestesia chirurgica

Siamo a metà degli anni ’60, e solo vent’anni prima quella visione sarebbe stata normale  in tutti gli ospedali, anzi, sarebbe avvenuta in un’aula con tanto di tribune, aperte non solo agli studenti, ma al pubblico.

Il primo pensiero di Lister, in effetti, non fu tanto quello di lavorare in una piccola sala totalmente sterile, ma di mantenere una specie di bolla sterile intorno al paziente, grazie a un nebulizzatore di acido fenico: era radicata l’idea dell’intervento pubblico.

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Lister opera in area mantenuta sterile da uno spray di acido carbonilico

Ciononostante, il dottore era il dottore. Il chirurgo un manovale.

L’apotecario

E sotto, un altro piccolo gradino: lo speziale, farmacista, apotecario che dir si voglia, colui che maneggiava le spezie e le sostanze chimiche.

Nell’800 si sottovalutava il vero potere del chimico-erborista, nelle cui mani passavano le medicine e principi attivi. In quel mondo in fieri che era la medicina, bastava pochissimo fra la scoperta del  secolo, compiuta in sintonia col dottore o la morte del paziente per un microgrammo di troppo di qualcosa considerato innocuo.

I farmaci erano fatti su misura, di volta in volta, sulla ricetta del medico. Così come i famosi tonici, che potevano essere composizioni ideate dal farmacista stesso sulla base delle richieste dei pazienti.

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I farmacisti maneggiavano veleni, che venivano conservati con cura e distribuiti con parsimonia in base a richieste specifiche: veleno per topi, antimuffa, diserbante… ed erano tenuti a registrare con cura ogni prodotto venduto, le quantità e i nomi degli acquirenti.

Non era comunque difficile per le  signore comprare veleno per topi (arsenico in quantità cospicue) e usarne un pochino per topacci grossi con la barba (piccole quantità erano sufficienti).

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O che bel mestiere fare il barbiere…

Il barbiere dentista per vocazione

Il barber shop era un luogo di ritrovo amato dai signori nell’800. Un momento tutto al maschile per curarsi e coccolarsi, disegnare barbe e baffi alla moda, arricciare capelli, o, andando più indietro, sistemare parrucche gioiosamente pidocchiose.

E se per caso c’è da sistemare qualche dente dolorante, chi chiamerai? Ghostbusters? No, il barbiere.

Nell’800, prima che il dentista diventasse una professione vera e propria, medica e seria, era una tortura lasciata alle cure dei barbieri, che avevano mano ferma e sapevano maneggiare strumenti come i rasoi con precisione.

Non che il lavoro di cura dentaria fosse molto delicato: dente malato, dente estirpato. Però il barbiere incideva anche gli ascessi, per esempio, e si improvvisava anche chirurgo per l’estrazione delle tonsille (con le pinze… come si faceva fino a qualche decennio fa, senza anestesia, poi si raffreddava la  gola  col gelato).

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Ostetriche presso una scuola di inizio secolo

L’ostetrica

Scendiamo poi al reparto donne, dove troviamo per tutto il secolo un mestiere antico, quello dell’ostetrica.

Per loro nascono scuole vere e proprie, anche se il mestiere da secoli lo imparano sul campo, seguendo la vecchia ostetrica di paese o di quartiere e affiancandola nei parti.

Finché il mestiere rimane nelle case e nelle mani delle donne, tutto funziona abbastanza bene, in modo naturale, ma quando gli uomini cominciano a metterci il naso, i medici decidono di dover controllare il parto, arrivano anche i primi ostetrici maschi e aumenta l’ospedalizzazione delle partorienti, il tasso di mortalità di madri e figli sale vertiginosamente per le febbri puerperali. Sezionare cadaveri e poi far partorire, senza lavarsi le mani non è una buona idea. Ma ci si arriva solo un bel po’ dopo che Lister insiste per dare alle zampette una sciacquatina.

La “maschilizzazione” del parto porta anche l’introduzione di strumenti simpatici e di vera utilità per accelerare i tempi, visto che la natura non era abbastanza brava e ci metteva troppo tempo. Per cui ecco bacchette per rompere membrane, dilatatori meccanici del collo dell’utero e altri strumenti che, se inseriti in un museo medievale, avrebbero fatto un figurone. Il forcipe e la ventosa in questi anni vivono tempi di gloria, e pazienza se c’è qualche problemino: i dottori guardano alla performance, i figli poi son fatti tuoi.

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L’infermiera

Le infermiere infine, essendo donne e   religiose, vanno in fondo alla lista.

A partire dal Medioevo, infatti, ad affiancare i medici, a dare sollievo come potevano, con l’assistenza basilare ai pazienti, c’erano suore e religiose che dedicavano la loro vita alla cura dei malati e dei poveri.

Avevano di solito  vita breve, specie quando arrivavano le ondate di epidemie.

Nell’800, però, le cose cambiano, e il mestiere infermieristico viene aggiornato e rivoluzionato da una donna determinata, Florence Nightingale, inglese, nata nel 1820 e appartenente a una ricca famiglia, che le permette una ottima istruzione, e che tutto s’aspetta tranne che la figlia decida di studiare come infermiera e partire per la Crimea, dove si sta combattendo una sanguinosa guerra. Siamo negli anni ’50 dell’800 e Florence, preparatissima sui più moderni sistemi di sterilizzazione e sanificazione, organizza i campi ospedalieri insieme al suo personale sanitario, tanto da ridurre dal 42% la mortalità per tifo, gangrena, dissenteria e febbri al solo 2%.

Non che io voglia essere più femminista del solito, però…

Approfondimenti sul tema medici nell’800

Medicina vittoriana – ecco perché ci rende felici oggi

Stubbins Ffirth e la febbre gialla- la orrida medicina nell’800

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Medicina horror: Le cure del colera nel 1800

La medicina in epoca vittoriana ; Le impedibili e assurde cure!

La malinconia in epoca vittoriana e la depressione ai giorni nostri.

medici nell'800

fonti web:

https://editions.covecollective.org/chronologies/becoming-doctor-1800s

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medici nell’800

 

Il coniglio pasquale – una storia vittoriana dalle radici antiche

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Il coniglio pasquale – tradizione sconosciuta e un po’ magica

Il coniglio pasquale è una tradizione molto  amata nei paesi anglofoni e germanici, ma è pressoché sconosciuta in Italia. Da noi coniglietti, pulcini, rondini fanno parte della simbologia primaverile, ma nulla di più, e, al contrario di altre tradizioni festive, come l’albero di Natale, non l’abbiamo accolta fra le nostre. Eppure, da qualche anno, sono arrivati coniglietti di cioccolato, che però hanno fatto il paio con le galline, e visto che a noi in termini molto pratici interessa buon cioccolato e una sorpresa che non faccia piangere i bambini (avete presente quando un maschietto si trova impacchettato nella plastichina una molletta rosa con le perline?), coniglio o gallina, uovo o tartaruga ormai non ci facciamo più caso.

Coniglio pasquale, transgender ottocentesco

Non così era in passato, per i nostri amici vittoriani, che non di cioccolato ma di magiche creature parlavano ai loro piccini, e il coniglietto pasquale faceva parte di un mondo incantato, proprio come le fate, perché derivava da un mondo antico, ed era stato, anche se forse pochi si ricordavano il fedele compagno di una dea. Secoli prima, infatti, come già raccontato in un articolo,

La Pasqua in epoca Regency: Easter in Regency era

l’avvento della primavera era legato ad una leggenda un po’ triste, quello della dea Ostara, il cui nome ancora riecheggia nella parola che designa la Primavera in molte lingue nordiche, tra cui anche l’inglese easter.

coniglietto pasquale vittoriano ostara

Al momento dell’equinozio, Ostara attraversava i boschi per far tornare la vita e far rifiorire la natura, ma un anno capitò – forse proprio come in questi giorni, che l’inverno cercò di resistere e il freddo rimase più a lungo. Un uccellino, incapace di sopportare la temperatura troppo bassa per il piumaggio ancora troppo leggero, stava morendo di freddo, ma la dea, impietosita, lo trasformò velocemente in una lepre, dal pelo ben caldo. Facendo le cose un po’ di fretta, salvò la vita all’uccellino, ma creò una lepre… che faceva le uova.

Questa leggenda, molto  popolare in Germania, indovinate a chi piaceva molto? Vi posso dare un indizio: aveva dei bei baffetti da sparviero.

“In Germania i bambini credono che la lepre pasquale deponga le uova e altri regali nei cestini che lasciano fuori dall’asilo la vigilia di Pasqua”. The Cornishman, 1892.

coniglietto pasquale vittoriano

Ci racconta Mimi Mattews nel suo blog:

Anche se l’origine delle uova di Pasqua e dei coniglietti pasquali può essere fatta risalire a tempi antichi, i vittoriani non iniziarono a celebrare la Pasqua nel modo che conosciamo oggi fino alla fine del XIX secolo. Fu allora che i coniglietti pasquali divennero di moda. Prima del 1880, tuttavia, era in Germania, non in Inghilterra o negli Stati Uniti, che i bambini credevano nella “lepre pasquale”. Come afferma l’autrice americana Linda Beard nel suo libro del 1893 How to Amuse Yourself and Others:

“Anche in Germania dovremmo scoprire che i bambini credono sinceramente nella lepre pasquale come fanno a Babbo Natale nel nostro paese; e il detto, che ‘le lepri depongono le uova di Pasqua’, non è mai messo in dubbio dai piccoli.

La credenza nel coniglietto pasquale potrebbe essere stata un po’ lenta ad iniziare negli Stati Uniti e in Inghilterra, ma nel 1890 Beard riferisce che non era raro vedere l’immagine di una “lepre che spingeva il suo carretto pieno di uova” mostrata nel vetrina dei pasticceri. Le uova di Pasqua erano tinte e decorate.”

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Il coniglio di Pasqua e il commercio

La tradizione più diffusa, prima ancora di quella della lepre o del coniglio pasquale, era quella della caccia alle uova, molto popolare in Inghilterra e in America nella giornata di Pasqua, di solito dopo la funzione domenicale e durante il pic nic tradizionale. leuova per l’occasione venivano preparate  in precedenza, bollite e colorate con coloranti naturali, poi consumate durante il pasto.

Donnell Manufacturing, un’azienda con sede a St. Louis, è stata la prima a sfruttare il mito tedesco della lepre pasquale utilizzando litografie colorate di quattro conigli bianchi e otto uova di Pasqua colorate per pubblicizzare il loro colorante per uova di Pasqua di coniglio bianco, che includeva indicazioni sia in tedesco che in inglese. La loro idea prese piede a macchia d’olio e non passò molto tempo prima che gli imitatori spuntassero in tutto il paese.

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Le cartoline Russe e il coniglio pasquale

Spesso le cartoline d’auguri russe replicano le stesse immagini con conigli e uova: nella simbologia ortodossa, similmente a quella cattolica e anglicana, l’uovo è un simbolo di vita, rinascita e resurrezione, infatti le uova colorate vengono donate ai vicini in segno di amicizia e di pace. Nelle cartoline, anche qui  appare spesso il nostro coniglio.

Strano però ritrovare una lepre seguita da uova anche in un cartiglio egizio…egittologia

 

leggi anche:

La Pasqua in epoca Regency: Easter in Regency era

Easter in art – la Pasqua nell’arte vittoriana

 

La Pasqua in epoca vittoriana – victorian era easter

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La Pasqua in epoca vittoriana – victorian era easter

La Pasqua in epoca vittoriana si tinge di fiori, si riveste di profumi, si allieta con i colori della primavera.

Abbiamo visto come veniva festeggiata la Pasqua in epoca Regency in questo articolo, oggi scopriamo insieme quali usanze si sono aggiunte o modificate in epoca vittoriana.

Pasqua in epoca vittoriana

Come in epoca Regency, la Pasqua vittoriana è una festività molto sentita e molti importante: dopo i quaranta giorni di quaresima, che sono stati periodo di digiuni, privazioni, preghiere e pentimento, la Pasqua è un’esplosione di gioia che dura ancora più a lungo: il periodo di festeggiamenti arriva infatti fino all’Ascensione.

I biglietti di auguri di Pasqua in epoca vittoriana

Un aspetto tipico dell’epoca vittoriana sono i biglietti d’auguri: se a Natale e per San Valentino si sono scatenati, pensate che non abbiamo pronto un arsenale anche per la Pasqua?

Ecco che in questo periodo vengono spediti e scambiati biglietti di vario genere, dal soggetto religioso (sempre molto amati gli angeli immersi fra i fiori) a quelli più strani e ironici.

Pasqua in epoca vittoriana

Vanno per la maggiore uova e coniglietti, spesso abbinati a teneri bimbi.

I vittoriani in questi biglietti cercano principalmente di ricordare il significato della Pasqua di rinascita, coi pulcini che nascono dalle uova, ma anche con neonati e conigli che ne escono allegramente.

Un elemento che non manca mai sono i fiori.

In epoca vittoriana il linguaggio dei fiori è molto noto e utilizzato: in questi biglietti troviamo rose, ma anche molte violette del pensiero, nontiscordardime, margherite, mughetti. Tutti fiori che trasmettono un messaggio di grande affetto, ma anche di amicizia non dimenticata. Dovevano portare ad amici e parenti lontani un abbraccio da parte di chi non avrebbe potuto incontrarli in questi giorni di festa.

Pasqua in epoca vittoriana

L’ironia vittoriana è nota, per cui i questi biglietti bisogna aspettarsi di tutto: coniglietti dall’aria poco rassicurante che mettono in padella pulcini, bimbi che sembrano volersi mangiare vivi teneri coniglietti… insomma, se a Natale abbiamo visto ranocchi e uccellini morti come segni beneaugurali, perché stupirci se a Pasqua si fa lo stesso?

Pasqua in epoca vittoriana

La casa vittoriana in periodo pasquale

Le signore benestanti avevano parecchio da fare per i preparativi per la Pasqua. Come nei biglietti d’auguri, i fiori coi loro simboli erano la decorazione principale delle case e delle chiese.

Erano le signore che si facevano carico di addobbare le chiese per le celebrazioni di Pasqua.

Pasqua in epoca vittoriana
Una teca per l’esposizione di decorazioni: spesso venivano messi sotto vetro fiori e frutta di cera o stoffa.

A parte i fiori freschi, che non potevano durare molto a lungo, la fantasia delle dame produce in questo periodo tutta una serie di oggettistica floreale, dai fiori in cera (probabilmente ricoprendo di cera fiori freschi, a quelli in stoffa e perline.

Queste decorazioni venivano disposte in ghirlande o cestini per la casa.

Ma il vero fulcro delle attività femminili sono certamente le uova.

Pasqua in epoca vittoriana

La decorazione delle uova

Il legame delle uova con la Pasqua è molto antico: l’uovo è un simbolo di rinascita, ma anche dell’anima (nella religione ebraica) e, per esempio, nella tradizione ortodossa è uso per pasqua regalare uova sode colorate ai bambini.

La decorazione delle uova per la Pasqua in epoca vittoriana va ovviamente oltre la semplice colorazione e dono.

Pasqua in epoca vittoriana

Nei giorni precedenti alla Pasqua i bimbi e le mamme potevano tingere le uova con coloranti naturali, come mirtilli e barbabietole, e poi scambiarle e donarle per la caccia alle uova: i risultati di questo lavoro artistico sarebbe poi stato mangiato la domenica di resurrezione.

Il lavoro delle signorine era più raffinato e le uova dipinte dalle giovani artiste potevano essere piccoli capolavori.

Pasqua in epoca vittoriana

Le uova in vetro e altri materiali

Oggi possiamo ancora vedere la cura dei particolari di queste decorazioni perché fino a noi sono arrivate bellissime uova in vetro bianco, usate nelle decorazioni più durature.

Anche qui i fiori sono particolarmente amati nelle miniature che adornano le uova, ma sono abbinate ad altri simboli, come i ferri di cavallo, che portano fortuna e anche ancore, simbolo di speranza e costanza (grazie a Lia Campolo e Sophie Violet Berg del gruppo Regency & Victorian per l’aiuto nel trovare la corretta simbologia!).

Pasqua in epoca vittoriana

In epoca vittoriana si diffondono anche uova di cartone finemente decorato, contenenti caramelle e bon bons, piccole sorprese per i bimbi. A volte le scatole erano strutturate a scatole cinesi.

È però l’uovo Fabergé quello più prezioso in assoluto: si tratta di un vero e proprio gioiello, dal valore incalcolabile.

Fabergé e i suoi orafi hanno progettato e costruito il primo uovo nel 1885. L’uovo fu commissionato dallo zar Alessandro III di Russia, come sorpresa di Pasqua per la moglie Maria Fëdorovna. L’uovo, di colore bianco con smalto opaco, aveva una struttura a scatole cinesi o a matrioske russe: all’interno vi era un tuorlo tutto d’oro, contenente a sua volta una gallinella colorata d’oro e smalti con gli occhi di rubino. Quest’ultima racchiudeva una copia in miniatura della corona imperiale contenente un piccolo rubino a forma d’uovo.

Pasqua in epoca vittoriana

Fu solo il primo di una serie commissionata all’orafo, che fu nominato orafo di corte.

Le uova di cioccolato

Visto che i vittoriani potevano permettersi uova Fabergé, si consolarono con quelle di cioccolato.

L’usanza dell’uovo di cioccolato, contenente una piccola sorpresa è, infatti vittoriana: il primo a pensare a questo prodotto dolciario fu John Cadbury nel 1842. In questo periodo, infatti, viene messa a punto dai pasticcieri una miscela che permette di ottenere un impasto di cioccolato solido adatto a essere modellato. Cadbury, però, arriva col tempo a raffinare e mettere a punto una pasta di cioccolato sempre migliore, arrivando nel ’75 alle uova come le conosciamo oggi.

Pasqua in epoca vittoriana

La sua pasticceria, come si può immaginare, raggiunse fama e gloria imperiture. E ottimi guadagni!

Le prime uova di pasqua erano ripiene di confetti e di semplice cioccolato fondente, ma ben presto la fantasia dei pasticceri le trasformò in capolavori della decorazione, con marzapane, zucchero e altre leccornie usate per abbellirle.

Pasqua in epoca vittoriana

La caccia alle uova

In questo periodo arriva in Inghilterra l’usanza della caccia alle uova: i bambini trascorrevano il tempo, dopo la funzione religiosa, in un parco o nei giardini dove erano state nascoste per loro varie uova, a volte colorate.

Negli eventi meglio organizzati, potevano anche esserci figuranti vestiti da coniglio o da Humpty Dumpty. Alla fine della caccia erano previsti premi, mentre gli adulti potevano aspettare il ritorno dei piccoli gustando rinfreschi e chiacchierando.

Pasqua in epoca vittoriana

Il coniglio pasquale

Immancabile, nei decori della pasqua in epoca vittoriana, è il coniglio.

Ma da dove viene? Il coniglio pasquale in realtà è una tradizione germanica, probabilmente importata da Albert, come l’albero di Natale e l’angelo di Natale.

Il coniglio è un antico simbolo di fertilità e compare in varie decorazioni religiose, forse in legame con la Trinità.

In ogni caso, i vittoriani lo hanno accolto favorevolmente, e infilato in tutte le loro cartoline.

Pasqua in epoca vittoriana

La pasqua in epoca vittoriana

Come in epoca Regency, la pasqua era periodo di sospensione delle lezioni, un momento di ritrovo per famiglie e amici.

Era il periodo in cui Londra si popolava per l’apertura della Stagione (se in epoca Regency hanno indossato gli easter bonnets, pensate che le signore vittoriane siano da meno?).

Pasqua in epoca vittoriana

Era periodo di nuovi guardaroba, nuovi cappelli, nuovi legami sociali e nuovi amori.

Durante le festività pasquali, inoltre, cadeva la festa del Primo Maggio, oggi festa del lavoro, ma già festeggiato in periodo vittoriano: era la data della festa di primavera, durante la quale si usava decorare e donare cestini fioriti.

Insomma, erano giorni di grande gioia per grandi e piccini.

Pasqua in epoca vittoriana

La Pasqua in epoca vittoriana – le fonti

http://www.victorianhomesmag.com/how-victorians-celebrated-easter/

http://virtualvictorian.blogspot.it/2011/04/brief-history-of-easter-eggs.html

http://recollections.biz/blog/spring-traditions-of-the-victorian-era/

http://www.victorian-era.org/victorian-era-easter-celebrations.html

 

https://en.wikipedia.org/wiki/Easter_Bunny

Le immagini sono tratte da Pinterest

 

La Pasqua in epoca Regency: Easter in Regency era

The Brave Deserve the Fair by Henry Gillard Glindoni

La Pasqua in epoca Regency: Easter in Regency era

La Pasqua in epoca Regency era una festività importante, forse più sentita ancora del Natale.

Numerose erano le tradizioni, anche antichissime, legate al periodo quaresimale e pasquale.

Pasqua in epoca regency
Un biglietto d’auguri (vittoriano) – pinterest

Ora vedremo insieme alcune curiosità.

Easter – origine del nome

Mentre l’origine della parola Pasqua è ebraica e significa “Passaggio” con riferimento al passaggio del popolo di Israele attraverso il Mar Rosso per sfuggire ai carri del faraone egiziano, il termine inglese easter ha altre origini, legate a un’antica divinità, Easter appunto, che simboleggiava la primavera e la fertilità. Una radice simile si riconosce nella parola tedesca che indica la Pasqua Ostern: in entrambe si riconosce East- aust, corrispondente al nostro est, ossia l’oriente, da dove nasce il sole. Divinità, dunque, che potrebbero anche essere legate alla rinascita del Sole dopo il periodo invernale.

Pasqua in epoca regency
Ostara- in una stampa di Gehrts di metà ottocento (http://www.londonita.com/la-pasqua-nella-tradizione-inglese/#prettyPhoto/1/)

In Inghilterra, come si può facilmente immaginare, si sono fuse tradizioni diverse, di epoche diverse, e già nel nome comprendiamo come alcune tradizioni pagane, o per lo meno, alcune valenze legate al passaggio dall’inverno alla stagione primaverile. A quanto pare, erano delle sacerdotesse a occuparsi del culto di questa divinità tutta al femminile, e ai suoi festeggiamenti era dedicato un intero mese.

Il culto cristiano ha sovrapposto i suoi riti a quelli pagani e successivamente, col passaggio dal cattolicesimo all’anglicanesimo, le celebrazioni sono leggermente cambiate.

Pasqua in epoca regency

La quaresima in epoca Regency

La quaresima era in epoca Regency un periodo di meditazione e di pentimento. Venivano sospesi i balli e, come fra i cattolici, erano consigliati digiuni e preghiere.

L’ultimo giorno prima della quaresima, Martedì grasso, era anche detto pancake Tuesday, l’ultimo giorno in cui era possibile mangiare dolci ed era un giorno di giochi che avevano come protagonisti… le frittelle.

I teatri restavano aperti in quaresima, ma non era un periodo molto favorevole (ancora oggi il colore viola, quello quaresimale, è considerato “portar male” in teatro).

Il triduo di Pasqua in epoca Regency

La quaresima terminava (e termina tuttora) nel culmine del triduo pasquale: giovedì e venerdì santo, sabato santo e poi la domenica di resurrezione.

Il giovedì santo, Maundy Thursday, ha riti molto simili in tutte le chiese cristiane occidentali, principalmente legati all’Ultima cena e alla Lavanda dei Piedi. Nella cultura inglese è chiamato Maundy Thursday anche il giorno dell’Ascensione (che viene dopo Pasqua): a questo è dedicata la poesia di William Blake.

Nei giorni del triduo pasquale sono vari i riti che si compiono per commemorare la passione e la morte di Gesù, in particolare il venerdì santo è chiamato good friday o holy Friday: un giorno di digiuno e pentimenti, ma un giorno buono per la conversione.

Il venerdì santo, insieme al Natale, era uno dei giorni di riposo per le classi lavoratrici, tuttavia era considerato un giorno favorevole per alcuni lavori nei campi.

Il pane informato di venerdì santo era considerato una panacea per tutti i mali (forse in richiamo all’Ostia). Un’altra leggenda dice che i prodotti da forno cucinati di Venerdì Santo non vanno a male.

Il tipico dolce del venedì santo è un panino speziato, l’Hot cross buns, di cui a questo link potete trovare la ricetta (grazie a Romina Angelici!)

Hot cross buns

 

In alcune zone, forse a partire dall’Ottocento, si diffuse la credenza che lavare i panni di venerdì santo fosse da evitare.

Pasqua in epoca regency

La Pasqua in epoca Regency

Il giorno di Pasqua e il lunedì successivo venivano sospese le sedute in Parlamento.

Ma erano i giorni in cui si cominciava a organizzare la Stagione.

Dopo Natale, infatti, Londra cominciava a riempirsi per quella che veniva chiamata la Piccola Stagione, ma era solo dopo Pasqua, fino al dopo la metà di agosto, che si aveva la vera London Season, il picco degli eventi mondani.

In Jane Austen troviamo vari riferimenti agli spostamenti stagionali che avvenivano intorno a Pasqua.

I Palmer si sarebbero trasferiti a Cleveland verso la fine di marzo, per le feste pasquali, e Mrs. Jennings, insieme alle sue due amiche, ricevette da Charlotte un invito molto caloroso ad andare con loro.

(Ragione e Sentimento)

Si stava avvicinando la Pasqua, e la settimana che la precedeva avrebbe portato un’aggiunta alla famiglia di Rosings, cosa che, in una cerchia così ristretta, aveva la sua importanza. Elizabeth aveva saputo, subito dopo il suo arrivo, che Mr. Darcy era atteso nel giro di qualche settimana, e sebbene non fossero molti i conoscenti che avrebbe gradito di meno, il suo arrivo avrebbe fornito una relativa novità a cui guardare a Rosings, e le avrebbe dato modo di capire quali speranze ci fossero per Miss Bingley, osservando il suo comportamento nei confronti della cugina, evidentemente destinata a lui da Lady Catherine, che parlava della sua venuta con estrema soddisfazione, e sembrò quasi irritata nello scoprire che Miss Lucas ed Elizabeth lo avessero già frequentato spesso.

(Orgoglio e Pregiudizio)

A volte penso di tornare a Londra dopo Pasqua, e a volte mi convinco a non fare nulla fino al suo ritorno a Mansfield. (Edmund, parlando del suo affetto e del corteggiamento a Mary Crawford in Mansfield park)

Anche nelle lettere di Jane Austen, come anche in Emma, viene spesso riportata l’abitudine di riunire le famiglie o far visita ad amici nel periodo pasquale.
capelli in epoca regency
Nel suo ritratto Jane Austen indossa una cuffia.

La decorazione delle uova e la caccia alle uova nei giardini per intrattenere i bambini nel giorno di Pasqua invece sono usanze che arrivano qualche anno dopo, anche se ricette per colorare le uova (per esempio un bel color oro grazie alla cottura con le cipolle) sono attestate già nel 1300.

Fulcro della giornata di Pasqua era però la funzione religiosa, durante la quale i pastori facevano sfoggio dei loro migliori sermoni.

Non sempre, infatti, la domenica le messe erano accompagnate da prediche:

Settecento sterline l’anno sono una bella cosa per un figlio cadetto; e dato che ovviamente vivrà con i suoi, saranno tutte per le sue piccole spese, e un sermone a Natale e uno a Pasqua immagino che saranno tutto il suo sacrificio.

Dice Mr. Crawford in riferimento alle incombenze che avrà Edmund una volta ordinato. (Masfield Park).

Easter Bonnet

Pasqua in epoca regency
https://www.janeausten.co.uk/jane-austens-easter/

Una particolarità tutta Regency è l’Easter Bonnet, il cappellino pasquale.

Poiché Pasqua coincideva con una ripresa della vita sociale, e anche in vista della Stagione imminente, le donne usavano in questo periodo rinnovare il guardaroba e in particolar la domenica di Pasqua era il giorno in cui venivano sfoggiati i nuovi cappellini estivi, in un tripudio di paglia, piume e sete leggere.

Si apriva per le ragazze la stagione della caccia… al marito. E per i giovanotti era il momento di passare da cacciatori, com’erano stati in campagna, a prede.

Pasqua in epoca regency
http://commons.wikimedia.org/wiki/File:G-Cruikshank-Inconveniences-Crowded-Drawing-Room-1818.jpg

La cucina di Pasqua

Al contrario del Natale, che vanta una tradizione culinaria tutta particolare, la Pasqua non aveva in epoca Regency un menù speciale, se non per alcuni dolci con l’uvetta che venivano proposti e per le uova, antico simbolo di prosperità e di vita che non manca nelle case Regency, come non mancherà, e verrà reinventato, in quelle vittoriane. I primi dolcetti (caramelle) a forma di uovo compariranno solo nel 1820, inventati da un pasticciere italiano.

Sulle tavole arrivavano ora le primizie della stagione e la tavola pasquale si arricchiva di verdure, ma non ci sono molte informazioni su altri piatti, né particolari carni né ricette.

E in epoca vittoriana?

Lo scopriremo insieme nel prossimo viaggio nel tempo!

 

I brani dei romanzi di Jane Austen e delle lettere sono traduzioni di Giuseppe Ierolli per Jasit.

 

http://www.londonita.com/la-pasqua-nella-tradizione-inglese/

https://www.janeausten.co.uk/jane-austens-easter/

http://donnahatch.com/regency-easter/

http://janitesonthejames.blogspot.it/2011/04/regency-easter-bonnets.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Uovo_di_Pasqua

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