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Sognando Mr. Darcy - Il salotto di Miss Darcy

Sognando Mr. Darcy

Sognando Mr. Darcy, il nuovo romanzo di Antonia Romagnoli

Cambiare vita partendo da Jane Austen.
Katrine Bell, dopo una delusione d’amore, lascia casa e famiglia per realizzare il sogno di sempre, aprire una libreria a Bath, nei luoghi che ha amato attraverso i romanzi della sua Autrice preferita.
Il suo nuovo inizio la conduce così a Bathford, un villaggio a poche miglia dal cuore Regency di Bath, dove però non tutto va come lo aveva immaginato…
Katy diventerà protagonista di avventure e disavventure, accompagnata dalle voci delle più famose eroine uscite dalla penna di Jane Austen, e di una storia d’amore che si dipana fra libri, manieri e tazze di tè.
Dall’autrice de “La dama in grigio” una nuova avventura dal sapore austeniano, ambientata nel mondo di oggi.

Sognando Mr. Darcy è un romanzo nato dal ricordo meraviglioso di un breve ma importante viaggio a Bath, che mi ha lasciato il desiderio di rivedere i luoghi austeniani.

In queste pagine trovate tanti sogni, quelli che la protagonista realizza e che io non oso nemmeno esprimere per me  stessa. Trovate una storia  d’amore apparentemente perfetta, trovate la ricerca di una donna che si è persa per la  strada ma che ha il coraggio di cambiare e crescere.

In apparenza un racconto leggero, racchiude in sé molto più di quanto ho potuto esprimere in un romance: scritto durante il lockdown, è un racconto che parla di coraggio di fronte al cambiamento.

Oggi per il Salotto di miss Darcy e per i lettori della newsletter, il primo capitolo tutto da leggere.

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Capitolo 1

Ragione e Sentimento in blu elettrico

Gli scaffali erano proprio blu.

Non un gradevole oltremare, evocativo come le onde dell’oceano, o il classico blu del cielo notturno, rilassante e un po’ radical chic: erano di un blu elettrico, anni Settanta. Le pareti, invece, alla luce diurna viravano fra un color senape e uno zafferano carico.

Parallelo a una parete del locale spiccava imponente il bancone d’epoca, forse primo Novecento. Peccato fosse stato riverniciato con smalto viola evidenziatore, un lavoro così ben fatto che, se il resto della libreria appariva sporco e scrostato, il suo legno brillava sotto allo strato di polvere, come se emettesse una specie di urlo silenzioso: “divento fluorescente! Fammi luce!”.

Il soffitto, giusto per non farsi mancare emozioni, era stato dipinto di rosso, con le travi lignee a vista in verde mela.

Katrine, con la chiave ancora stretta fra le dita, dopo aver aperto il negozio, non riusciva a proferire verbo, ma a dire il vero trovava difficile anche respirare.

«Come da accordi», disse la signora Maeve, alle sue spalle. «Sessanta metri quadri, arredato, con pertinenza esterna e bagno. Se non ha bisogno d’altro, io andrei.»

La giovane donna, la nuova proprietaria della libreria psichedelica, si volse piano. Immaginò se stessa, con il suo completino nei toni del rosa pesca, la maglietta a fiori, i capelli rossi raccolti in una coda di cavallo sobria e un po’ triste, in mezzo a quel chiasso di colori e a quel tripudio dello sporco. Una specie di bambolina abbandonata su un cumulo di immondizia vomitata da un unicorno.

Maeve, l’ex proprietaria dei locali ora in suo possesso, la guardava; un misto di commiserazione e fastidio velava lo sguardo porcino. In effetti, il suo abbigliamento si discostava di poco dall’orrido mix di tinte degli interni, non c’era un solo colore che mancasse sulla maglietta in cui aveva strizzato la mole corpulenta, o nel trucco che si era spennellata sulla faccia tonda.

«Non è quello che ho visto…» Katy non si capacitava. Le foto che aveva ricevuto raffiguravano una piccola ma accogliente libreria, con un cortile circondato da mura antiche. Che il tutto fosse stato ritoccato con Photoshop era innegabile. La domanda giusta era una sola. «Da quanto tempo è chiuso, il negozio?»

Maeve alzò le spalle. «Qualche anno. Glie l’ho già detto.»

Ecco perché costava così poco rilevarlo. E dire che le aveva prosciugato tutti i risparmi, compresa la piccola eredità della zia che avrebbe dovuto farle da dote.

Era indubbio che fosse riuscita a farsi infinocchiare dalla venditrice, che comunque non smetteva di guardarla in tralice, nemmeno l’avesse insultata e oltraggiata mettendo piede nel tempio dei colori.

Come non bastasse, Bathford, di primo acchito, non pareva davvero quel luogo magico che Katrine aveva sognato, quando aveva deciso di intraprendere quell’avventura, anzi, era proprio uno schifo, perché quando si cerca di realizzare un sogno non bisognerebbe mai adattarsi alle mezze misure: i sogni si realizzano o non si inseguono nemmeno, si lascia perdere tutto e si lasciano dormire fino a che non diventano rimpianti.

Realizzarli così, scoprendo che al posto dell’oro c’è solo della fanghiglia, era peggio che rassegnarsi.

Katy aveva sognato Bath e il mondo di Jane Austen. Aveva sognato i raduni Regency, i balli, le sfilate in costume, le conferenze a tema su Orgoglio e Pregiudizio, e invece di Bath, aveva avuto Bathford, la periferia più triste che potesse immaginare. Invece della libreria nel pulsante cuore georgiano, eccola alle prese con un bugigattolo fallito vent’anni prima, e capire come non era poi difficile.

Il sogno era diventato un incubo blu, verde mela, rosso e senape. E dall’odore di muffa.

Mentre la sua testa, quella sua sciocca testa che si distraeva sempre al momento sbagliato, si perdeva in quei bui meandri, Maeve si dileguò, non senza averla lasciata in possesso delle altre tre chiavi dell’inferno arcobaleno: quella per accedere al cortile, quella del bagno e quella del magazzino, che Dio solo sapeva dove stava.

Pensa che almeno il pavimento è davvero in legno, cercò di consolarsi Katy, visto che a quella stregua era già una fortuna non dover posare i piedi su una moquette color pulce decorata con buchi da mozzicone. Invece, il parquet era ancora quello originale, in un bel rovere che aspettava solo di essere lucidato. Almeno qualcosa si poteva salvare.

E dire che quando era arrivata a Bathford, due giorni prima, Katrine era stata al settimo cielo.

Prima di vedere il paese.

Prima di vedere il negozio, anzi, d’aver la grama sorpresa di scoprirsi proprietaria di una discarica di vernici o poco più.

Di una sola cosa era certa: indietro non poteva tornare. A Manchester non aveva più nulla, in effetti.

Vide, in un angolo, un altro orrore che ancora le era sfuggito, una seggiolina polverosa, dipinta di arancione, l’ultimo colore ancora mancante all’appello. Decise che in quel momento c’era poco da essere schizzinosa e si sedette a osservare il suo regno. Dall’esterno l’edificio non le era parso nemmeno malaccio: una delle tante casette a schiera, col tetto spiovente scuro, i muri grigiastri che facevano tanto villaggio austeniano.

A due passi dall’antica chiesa di St Swithun, nel cuore del borgo – vendesi libreria completa di arredi. Negozio storico, ottima posizione.

Elinor Dashwood, la protagonista del romanzo Ragione e Sentimento, le fluttuò davanti agli occhi col suo bel vestitino in mussola bianca a piccoli pois grigi.

“Forse, Elinor, è stato piuttosto avventato da parte mia[1] venire qui a Bathford senza rifletterci su a dovere. Ma tu cosa avresti fatto, al mio posto?”

Il personaggio di Jane Austen, o meglio lo spettro partorito dalla fantasia di Katrine, assomigliava vagamente a Emma Thompson, l’attrice che l’aveva interpretata nel film più famoso, ringiovanita di qualche anno e abbigliata con un semplice abito stile impero di cotonina, d’un color topo anonimo e triste.

Elinor appariva sovente come suo giudice morale, in quanto nel romanzo era quasi tutta sua la saggezza, mentre il sentimento pendeva in gran parte verso la sorella minore Marianne.

Lo spettro letterario avanzò con gli occhi sgranati nel mondo colorato e polveroso che a fatica si poteva chiamare negozio.

«Assomiglia a una fumeria di oppio, vero?» mormorò Katy. «Forse sarebbe meno faticoso lasciare tutto e tornare a casa.»

«Nessuna di noi si aspetta di passare tutti i suoi giorni in placida calma[2]» fu la risposta immaginaria, che faceva riferimento a tutte le protagoniste dei romanzi di Jane Austen. «Dovresti aver imparato la lezione, dopo averci lette e rilette tante volte.»

Nessuna eroina austeniana però aveva ceduto a colpi di testa come il suo, tutte loro avevano sempre ponderato bene ogni passo. Nessuna era fuggita di fronte alle difficoltà. D’altra parte, anche gli obiettivi di ciascuna erano stati ben diversi da quelli di Katy: per tutte l’obiettivo da perseguire erano una condotta ineccepibile, la crescita personale e una coerenza morale ferrea. Il risultato che ottenevano da questa combinazione era sempre un matrimonio di cuore e di testa, magari non sempre fortunato dal punto di vista economico, ma mai, mai imprudente.

Ecco, Katy era da quel punto in poi che aveva cominciato la sua caduta rovinosa, seguendo la scia delle austeniane sorelle e amiche, dei personaggi di contorno che finivano male in cornice ai romanzi, fornendo un monito molto limpido su quali scelte non bisognava fare.

«Credevo fosse Mister Darcy, ma era Willoughby» commentò, seguendo il filo dei suoi pensieri.

Charlie, il suo ex fidanzato, ex convivente, ex tutto, si era dimostrato il peggiore dei mascalzoni, spingendola, alla fine della loro storia, a un desiderio di cambiamento radicale che l’aveva portata lì, a piagnucolare in mezzo all’arcobaleno psichedelico di una bottega fallita.

Tutto, fra le sue mani, si sgretolava, quella era la verità.

«Tutto il suo comportamento», replicò Elinor, «dall’inizio alla fine della faccenda, è stato basato sull’egoismo. È stato l’egoismo che al principio l’ha portato a giocare con il tuo affetto. Il suo divertimento, o il suo benessere, sono stati, in ogni particolare, i suoi principi predominanti[3]

«Questo lo so bene, ma sono stata ingenua in modo vergognoso. Avrei dovuto capire molto prima di che tipo d’uomo fosse quello con cui vivevo. Mi sono lasciata ingannare, ma non da lui, da me stessa e dai miei desideri.»

Ogni volta che ci ripensava, sentiva le lacrime pungerle gli occhi. Se in quel momento si trovava a Bathford era solo perché non poteva più vivere a Manchester, tornare ogni giorno allo stesso lavoro, sopportare gli sguardi pietosi di amiche, famigliari, colleghe. Ogni sguardo non era altro che una manciata di terra gettata sulla fossa in cui Charlie aveva sepolto il loro amore, e con esso il cuore di Katy.

Elinor era sparita, o meglio, lei l’aveva scacciata prima che riprendesse a biasimare Charlie con le stesse parole che aveva usato, nel romanzo, per commentare il libertino Willoughby che aveva illuso e abbandonato la tenera Marianne.

Nei tempi moderni era normale che le coppie nascessero e scoppiassero. Katy non aveva nessuna reputazione rovinata per sempre, ma solo un cuore infranto in pezzi così piccoli che temeva non sarebbe più stata in grado di rimetterli insieme.

Solo un anno prima di trovarsi su quella seggiola arancione, era convinta di essere a un passo dal matrimonio con l’uomo con cui condivideva casa e vita da quasi due anni. Avevano preso un cane, un golden retriever biondo, con un nasino rosa tenerissimo. Era una femmina e lei l’aveva chiamata Georgiana Darcy, in onore dell’ennesimo personaggio di Jane Austen, ma tanto Charlie ignorava chi fosse e si era limitato ad alzare le spalle trovando il nome troppo pomposo. Mentre Katy si avvoltolava nel suo mondo di piccole e grandi bugie, in parte costruite da lui e in parte generate in totale autonomia dal suo spirito troppo romantico, la verità si stava costruendo altrove, in una storia con altri protagonisti: Charlie e la sua nuova ragazza.

Una verità disgustosa era che Charlie aveva avuto bisogno di lei e del suo stipendio per finire di pagare il mutuo dell’appartamento, e che solo per quello era rimasto insieme a Katy più che aveva potuto, in attesa che la sua vera fiamma potesse sistemarsi. Il cane, in effetti, era stata la risposta alle sue velate, ma non troppo, allusioni al bisogno di un rapporto più stabile, in vista di una famiglia vera. Non stavano forse insieme da cinque anni? Non vivevano insieme da due?

Charlie la famiglia l’aveva messa su, in una manciata di settimane, ma con l’altra, che era rimasta incinta. A Natale era arrivato il cane e a febbraio Katy, Georgie e i loro bagagli erano scivolati fuori dalla casa e dalla vita di Charlie, per lasciare posto a quella che a breve sarebbe diventata sua moglie.

Katy aveva cercato di convincersi, mentre rientrava nella dimora materna con la coda fra le gambe, che poteva anche andarle peggio.

Aveva cercato, disperandosi come Marianne per l’abbandono di Willoughby, di pensarla come la sorella più saggia, considerando la rottura non come una perdita di ogni bene possibile, ma come una salvezza dal peggiore e più irrimediabile di tutti i mali, un’unione, per tutta la vita, con un uomo senza principi, come un’autentica liberazione, una vera benedizione[4].

Era poi quello che le dicevano tutti. E se Charlie avesse continuato a mentirle? E se fosse arrivato a sposarla, in attesa che l’altra potesse rimpiazzarla con comodo? Quanto le aveva spillato, in quegli anni di inganno? Già, perché subito dopo l’eclatante rottura, erano arrivati i corvi e le iene a pasteggiare con la sua carcassa, ed era saltato fuori che fin da quando lei si era trasferita da Charlie, con gli amici era uscito più d’una volta il nome di una certa Tiffany, una ragazzina appena maggiorenne che faceva la cameriera in un pub per pagarsi gli studi.

Come avrebbero fatto Charlie, la studentessa squattrinata e un bambino col mutuo ancora pendente sulla casa?

Ma la domanda assai più immediata e pressante, era però un’altra: come avrebbe fatto lei, piuttosto, a centottanta miglia dalla sua famiglia, a mettere in piedi un’attività fallita in partenza? Il problema le parve più rilevante rispetto all’altro, visto che era l’unico che attualmente la riguardava in prima persona. Il mutuo della casa di Charlie non era più affar suo, e dire che era stata persino sul punto di proporgli di estinguerlo con il suo piccolo gruzzolo!

Elinor ricomparve un attimo per scuotere la testa con riprovazione, stringendosi nello scialletto smorto. Gettare al vento in quel modo sciocco i suoi averi? Una dote?! Se solo ne avesse avuta una lei, l’avrebbe utilizzata con più saggezza. Contrariata, sparì nel nulla.

Katy aveva tante volte immaginato se stessa, in una bella stanza accogliente, con le pareti completamente ricoperte di libri di ogni foggia e colore, in piedi davanti a una piccola folla. Si era immaginata con indosso un bel vestito a fiori, i capelli rossi sciolti, per la grande occasione, sulle spalle, e magari anche un filo di trucco. C’era pubblico, una dozzina di persone, e tutti erano seduti in attesa, nella “sua libreria di Bath”, che il dibattito cominciasse.

Aveva sognato di organizzare eventi, uno al mese, a tema austeniano, e letture, e incontri. Avrebbe parlato di Elinor e Marianne, e di Anne Eliot, e soprattutto di Elizabeth Bennet e Mr. Darcy. Qualcuno si sarebbe accalorato nella discussione, perché con i lettori di Jane Austen capitava spesso. E alla fine, ogni volta, avrebbero bevuto il tè, che lei stessa avrebbe preparato col servizio in porcellana a fiori comprato per la libreria.

Alla fine, si era lasciata convincere tanto bene da quei sogni da fare un colpo di testa e acquistare “sulla carta” il negozio a Bathford. Diamine, che stupida!

La “sua libreria di Bath”, quella dei sogni, era un locale sobrio, con grandi scaffalature in legno che ricordavano le boiserie dei manieri, e ci si respirava un’aria di Cultura e di Storia. Nei sogni, c’erano Elinor Dashwood e tutte le altre eroine, in fila, che approvavano le sue scelte, ma non c’erano scaffali blu elettrico.

Blu.

Elettrico.

Appena usciti da un incubo alla Stranger Things, non da un sogno austeniano.

Katy prese un bel respiro, sapendo di non aver ancora finito il giro nel tunnel dell’orrore: mancavano ancora la pertinenza esterna e il magazzino. Poteva aspettarsi, a quel punto, una piccola aia con galline in fuga o un maialino, anche se quello magari aveva il suo recinto nel “bagno interno”, da cui sarebbe scappato fuori correndo fra i grugniti.

Le porte erano due: una giallo limone e una turchese. D’istinto, Katy guardò le chiavi, nel caso che almeno anche quelle fossero state dipinte in modo da illuminarla, e in effetti una era smaltata di rosso e l’altra di bianco. Ci mancava solo Alice che inseguiva il Bianconiglio: non si sarebbe stupita di vederla correre fuori da lì, però il suo problema era l’opposto, ossia entrare.

Il Natale di Jane Austen

Provò a ragionare come Maeve Richards. Rosso, colore dell’emergenza, perciò quella rossa doveva essere la chiave del bagno. E giallo, il colore della pipì, quello della porta. Si aprì al primo tentativo.

Spalancò l’uscio come avrebbe strappato un cerotto da un braccio, accorgendosi solo dopo di aver chiuso perfino gli occhi. Per fortuna, si profilò solo una normale toilette, rivestita di mattonelle grigie e con sanitari bianchi in discrete condizioni. Forse la vena artistica di Maeve si era fermata prima di arrivare alla stanza da bagno, o forse era stata ristrutturata da qualcuno sano di mente prima che la donna ci mettesse su le mani… in ogni caso, almeno lì la vista poteva riposarsi. La luce filtrava da una finestrella opaca, che dava sulla famosa e misteriosa pertinenza: un cortile c’era, ed era circondato da quei muretti in pietra che sembravano il segno distintivo di Bathford e della zona. Era un bel cortiletto, osservò la ragazza, nel quale avrebbe potuto organizzare, tempo permettendo, qualche incontro. Parte del muretto era coperto d’edera, e su un lato si poteva vedere un casottino prefabbricato, che doveva costituire il famoso “magazzino”. Lì, a detta di Maeve Richards, avrebbe anche trovato qualche scatolone di libri, l’invenduto all’epoca della chiusura.

Poteva utilizzarli a suo piacimento, giusto per vedere come stavano sugli scaffali…

Il tour della proprietà terminò proprio lì, quando Katy, sentendosi un po’ la protagonista della fiaba di Barbablù, utilizzò le ultime chiavi che le erano state consegnate per uscire all’aperto e ispezionare il magazzino, che in realtà era proprio una casetta da giardino, forse nemmeno quattro metri quadrati, senza finestre, che prendeva luce da un rialzo in plexiglas del tetto, una di quelle in cui si ripongono gli attrezzi. Una presa d’aria le fece sperare di non trovare all’interno un corpo mummificato.

Sei scatoloni, nemmeno troppo grandi, costituivano il patrimonio cartaceo ereditato. Li avrebbe aperti appena si fosse raccapezzata sul da farsi, perché nei corsi che aveva seguito per diventare un’imprenditrice di successo nessuno aveva parlato di eccesso di colori e lei si sentiva del tutto impreparata ad affrontare la questione. Che poi veri e propri corsi non erano stati, visto che la decisione di acquistare il negozio e trasferirsi era stata così fulminea da meravigliare lei per prima. Meglio definirli webinar, o lezioni on line ad alta concentrazione di contenuti. Ora cominciava a pensare d’essere stata un pochino precipitosa.

Iniziava a farsi largo, in lei, un vago scoramento, insieme alla certezza che da sola non ce l’avrebbe fatta e quel magro gruzzolo che ancora si era salvato, tenuto da parte per eventuali guai col prestito, poteva finire tutto in imbianchini e tinte, a meno che non avesse deciso di buttarsi in qualche tutorial e imparare anche a ritinteggiare e restaurare.

Katy richiuse il magazzino, la sua fantasia non era più abbastanza motivata da vedere di nuovo il cortiletto arredato da sedie e tavoli; il gazebo bianco dei suoi sogni svaporò tristemente in una nuvoletta e rimase solo lo spettro di Elinor Dashwood, a ricordarle che il suo impatto con Barton Cottage, la casetta diroccata in cui le era toccato trasferirsi con mamma e sorelle una volta divenute indigenti, non era stato migliore.

La vita assomigliava troppo spesso alle parti drammatiche dei romanzi di zia Jane, il che poteva far sperare che, con una condotta ineccepibile, prima o poi arrivasse anche la ricompensa. Ma che cos’era una condotta ineccepibile era ancora tutto da capire.

«Ok, sarò Elinor» decise Katy. «E prenderò quello che viene di petto, senza lasciarmi impaurire. Nervi saldi, a tutto c’è una soluzione e se non c’è, inutile stare a frignare.»

«Io questo non l’ho mai detto», borbottò Elinor che la marcava stretto, camminando a passetti rapidi al suo fianco, ma Katy fece finta di non sentirla e rientrò nel cupo intestino unicornico, decisa a far prendere luce e aria all’incubo, anzi, ai locali, e di valutare con ordine l’urgenza dei lavori. Avrebbe dovuto spendere una fortuna.

A knock at the door Laura Alma-Tadema

A knock at the door Laura Alma-Tadema

«E comunque, a ventotto anni, hai ancora qualche speranza di trovare un anziano corteggiatore, come il mio Brandon!» sussurrò un’immaginaria Marianne, che non smetteva mai di ricordarle che alla sua età, in epoca Regency, una donna era praticamente vecchia. «Un buon marito è la soluzione a un numero considerevole di fallimenti in altri campi!»

Katy serrò le labbra rimpiangendo per l’ennesima volta di non appartenere a quel mondo lontano, in cui ogni aspetto della sua vita sarebbe stato diverso.

Mentre apriva le due finestrelle che davano sulla strada, che già di per sé non forniva molta luce, fu lieta di incrociare il cammino con un vecchio libro dimenticato su uno scaffale. Vecchissimo poi non era, lei stessa ne aveva comprata una copia uguale solo un paio di anni prima.

“Sognando Mr. Darcy” di Rosemary Allen.

Sulla cover, che aveva per sfondo un maniero dipinto ad acquerello, spiccava il volto di una giovane donna per metà nascosto da una copia di Orgoglio e Pregiudizio.

Il libro era polveroso quanto il resto, ma era ovviamente intonso come ogni invenduto che si rispetti. Chissà perché era rimasto lì tutto solo?

Katy lo prese fra le dita, soffiò via la polvere e aprì la prima pagina.

In amore non esiste una verità universalmente riconosciuta, ma l’ottenimento di una ragionevole affinità di opinioni è già un risultato tutt’altro che disprezzabile.

Ritrovare quel libro, quelle parole che le avevano strappato un sorriso già alla prima lettura, le infuse un poco di coraggio, quanto bastava almeno per sentirsi meno sola e folle in quell’impresa avventata.

Addirittura comprare la libreria! Lei, che non era mai riuscita a decidersi del tutto quando doveva acquistare un maglione, aveva imboccato un tunnel la cui uscita non era affatto certa.

Buio quanto la libreria di Bathford.

Al di là dei vetri opachi delle finestrelle si snodava la strada, uno stretto nastro grigio, così angusto da non permettere l’esistenza di un marciapiedi; sul lato opposto sorgeva un muretto in pietra, senza soluzione di continuità, mattoni diseguali che si susseguivano fino all’ingresso della più vicina casetta. Tutta la via, d’altronde, era un avvicendarsi di piccoli cottage a due piani, più o meno antichi, simili l’uno all’altro, con le porticine di legno affacciate su fazzoletti di terreno, talvolta brullo talvolta trasformato in improvvisato giardino. Piccole finestre riquadrate, avvolte nell’ombra o decorate da tendine, qualche vaso di fiori e niente di più.

La stessa libreria era incastonata in una casetta a due piani, ma ne occupava solo il piano terra. Il primo piano doveva essere collegato a una delle case vicine.

Fuori non passava anima viva. D’altra parte, che cosa doveva fare qualcuno in giro alle nove del mattino, in una strada che si perdeva nel nulla, fra muretti e finestrine? Katrine stava scoprendo che “zona centrale” non significava necessariamente “ottima posizione per il commercio”: fra il sogno di vivere in mezzo ai libri e il potercisi guadagnare il pane c’era una piccola ma importante differenza.

Bisognava capire che tipo di clientela avrebbe avuto la libreria e la risposta l’avrebbe data la gente di passaggio, ma se non si faceva vedere nessuno? Proprio quando Katrine stava per abbandonarsi a spiacevoli considerazioni, davanti a lei si fermò un’anziana signora che, con una borsa della spesa ancora vuota, era sbucata dal nulla.

Anziani che vanno a fare la spesa, ecco chi poteva passare di lì a quell’ora.

Katy, dal vano della finestra, le sorrise con un cenno di saluto giusto per essere educata, ma la vecchietta parve prenderlo come un invito e sorrise annuendo, per poi avvicinarsi decisa alla porta d’ingresso.

Un attimo dopo era sulla soglia, tutta intenta a guardarsi intorno.

Katy non era proprio in vena di chiacchiere, ma non poteva permettersi di essere scortese, perciò esordì con un tentativo di professionalità.

«Buongiorno, come vede il negozio non è ancora aperto.»

La donnetta, un metro e sessanta di ossa con sopra pelle raggrinzita, emise una risata così allegra e argentina che Katy ne fu contagiata e si ritrovò a sorridere a sua volta.

«Certo che è chiusa: da cinque anni. Lo so bene, abito qui sopra!»

La giovane osservò con più attenzione la nuova vicina, cercando di capire se avrebbe potuto crearle problemi. A Manchester, nell’appartamento di fianco a quello di Charlie, viveva un ex militare che aveva dato loro filo da torcere per ogni quisquilia, specie quando era arrivata la cucciola, che a suo dire abbaiava troppo forte e troppo spesso.

La sconosciuta non aveva certo l’aspetto burbero del precedente vicino, ma chissà che non nascondesse un caratteraccio da zitella inacidita. Come lei stessa, d’altra parte.

Katy si accorse con un attimo di ritardo che la signora le stava porgendo la mano.

«Jenny Basil, ma per tutti qui sono solo Jen. Sa, Bathford è una piccola comunità, si troverà bene.»

«Katrine, scritto come il lago scozzese.» si presentò.

La vecchietta mostrò una stretta ferma, vigorosa e gentile insieme. Aveva dita lunghe e nodose da pianista, anche se raggrinzite come se la pelle appartenesse a una persona di almeno due taglie maggiore. Indossava un anello antico, su cui spiccava una grande ametista circondata da piccole e luminose perle, di cui Katy riconobbe e apprezzò la foggia vittoriana.

Studiò, ricambiata, il volto della donna, che dimostrava un’età indefinita dai sessanta ai cento anni. Aveva un portamento eretto e altero, quasi da nobildonna, nonostante l’impermeabile che indossava avesse un’aria piuttosto consunta; portava i capelli corti, più bianchi che grigi, in un taglio corto e sbarazzino che le dava un aspetto da strega pazzerella. Gli occhi erano, nonostante l’età, vispi e lucidi, d’un grigio azzurro che pareva aver preso la tinta dal cielo sopra i tetti di quella giornata primaverile.

«Lei ha origini scozzesi?» chiese Jen e Katy si arrotolò tra le dita una ciocca di capelli rossi, simili in tutto a quelli della fanciulla scozzese di un famoso cartone animato.

«Già, abbiamo avuto anche noi la nostra ribelle in famiglia… una bisnonna scappata di casa, a quanto pare, da Edimburgo, per finire a Manchester in fabbrica e a crescere nidiate di bambini dai capelli rossi.»

La vecchietta annuì soddisfatta. «C’è sempre una storia interessante dietro ai capelli rossi. Per questo i pittori ne sono da sempre affascinati», replicò.

sognando mr. darcy cover

Katy ebbe un moto di impazienza, ma non sapeva come trarsi d’impaccio dalle chiacchiere senza sembrare sgarbata.

Jen avanzò, con un paio di passetti decisi, nel negozio, sbirciando in giro. La borsa della spesa sfiorò il bancone viola fluo. «E da Manchester è venuta qui per… questo?» domandò meravigliata, muovendo la mano sottile a indicare il locale dai mille colori. «Credo che la vera temeraria della famiglia sia lei!»

La giovane donna si rese conto con un certo stupore che in pochi minuti, aveva spiattellato a quella sconosciuta una vera miriade di informazioni, sulla famiglia, sulla sua provenienza… e dire che tutti la consideravano fin troppo riservata, Charlie per primo le aveva sempre rinfacciato di essere eccessivamente scontrosa.

«Di certo deve essere una grande avventura», continuò Miss o Mrs. Basil, continuando la sua ispezione. Prese a sua volta il libro che era rimasto abbandonato sul bancone e ne esaminò ogni lato, distrattamente. «Ha l’aria di essere un nuovo inizio. Una fuga, magari… Chi comprerebbe mai un negozio fallito in un paesino come questo?» Sollevò gli occhi su Katy, che dovette serrare le labbra con uno scatto, scoprendo d’essere rimasta a bocca aperta. Jen sorrise e socchiuse gli occhi come un gatto che punta la preda. «Una giovane donna romantica, che sogna Bath. Una libreria a Bath: quale Janeite[5] non cova un sogno simile? Ma Bath è troppo cara, ed eccola qui a Bathford, a scoprire che prima di realizzare il suo sogno dovrà fare molta strada. Ah, magnifico!» Poco ci mancava che quella specie di indovina si mettesse a battere le mani dalla felicità.

E Katy decise che fosse il momento di tornare scontrosa. «Mi scusi, ma non vedo che cosa ci sia di così entusiasmante nelle mie questioni private! E se non le dispiace, ora avrei da fare!» sbottò acida, aggrottando le sopracciglia.

L’inossidabile vecchietta non si mosse d’un pollice. Posò le mani sul bancone, un po’ come se avesse davanti una balaustra e il panorama incantato d’una verdeggiante campagna. Guardò su, verso un invisibile cielo al tramonto, oltre gli scaffali blu, il soffitto rosso e le travi verde mela. «Come Elinor Dashwood, mia cara. Pensaci.» Sollevò le mani come a voler mostrare una scena che solo lei vedeva. Il dramma era che adesso anche Katy la vedeva, e molto bene. «Elinor che arriva a Barton Cottage, e sa che dovrà ricominciare tutto daccapo, e nulla sarà come prima. Ma lei è una che sa ripartire, che sa gestire. Ce la farai anche tu. Io potrei essere…»

«La signora Jenkins» dissero in contemporanea. E scoppiarono a ridere.

[1] Ragione e sentimento, Volume primo, capitolo 13, trad. Giuseppe Ierolli.

[2] Persuasione, Volume primo, capitolo 8, trad. Giuseppe Ierolli. La frase è pronunciata da Mrs. Croft, personaggio minore nel romanzo.

[3] Ragione e Sentimento, Volume terzo, capitolo 11, trad. Giuseppe Ierolli.

[4] Ragione e sentimento, Volume secondo, capitolo 7, trad. Giuseppe Ierolli.

[5] Il termine Janeite fu coniato dal critico George Saintsbury nella sua introduzione di un’edizione di Pride and Prejudice del 1894 (il termine esatto, usato da lui, era Janites). Rudyard Kipling in seguito scrisse il racconto The Janeites, che rese definitivo l’uso del vocabolo come sinonimo di “appassionato lettore ed estimatori di Jane Austen”, perdendo in breve la connotazione dispregiativa per essere utilizzato dalle lettrici con orgoglio (e senza pregiudizio!).

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