Scrivere?

Scrivere?

Scrivere, durante una notte insonne.

E’ l’alba.

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Questa è la fine di una lunga notte insonne che mi ha lasciata spossata come un naufrago sulla battigia.

Sono momenti come questo, in cui mi metto al pc e le mie dita vorrebbero scrivere, correre sulla tastiera e far uscire dalla testa qualcuno dei mille pensieri che si inseguono senza posa, che mi accorgo di essere una scrittrice.

Per assurdo, è adesso che non ho una storia da scrivere che mi sento scrittrice, e non quando mi accanisco su un testo e cerco di raccontare una storia.

Ho passato così tante notti a scrivere. Ho visto così tante albe mentre seguivo i miei personaggi nelle loro avventure. E ora sembra tutto finito, e ora tutto sembra avvolto nell’aridità.

C’è troppa vita da vivere, in questo periodo, per riuscire a dare forma a una storia, c’è una considerazione pesante che mi impedisce di finire le opere in sospeso: quando metto mano al romanzo rosa, quello che fra tutti era più sviluppato e che volevo terminare prima di diventare mamma per la terza volta, mi pongo molte, troppe domande.

Non è facile spiegare come mi sento, soprattutto ora che la pancia di fa più tonda, che tutto nel mio corpo  grida al cambiamento.

Le forze sembrano venire meno, tutto si concentra intorno a questa creatura che cresce in me. Sono più stanca, più vulnerabile sotto molti punti di vista, emotivo, fisico, psicologico. Mi sento più vicina alla realtà misteriosa della vita, contemplo ogni giorno i miei limiti, esploro i confini delle mie capacità.

E, anche se può sembrare ridicolo, il portare questa nuova vita dentro di me mi avvicina anche al pensiero della morte.

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Quando ho affrontato il mio primo parto – che ricordo vivo, feroce, presente! –  c’è stato un momento in cui i dolori, indotti da una flebo di ossitocina che doveva aiutarmi a partorire, erano così forti da mettermi di fronte a un pensiero lucido e totalizzante: la vita e la morte, in fondo, sono vicine, il loro confine non è un baratro immenso ma una linea sottile e io, in quel frangente, lo potevo contemplare. Non ero sul punto di morire, anche se  soffrivo: questo lo sapevo, eppure sapevo che da dov’ero io, in quella semi incoscienza indotta dal dolore, la morte non era lontana.

Per quanto ci vogliamo illudere che non sia così, in realtà non è lontana mai, da nessuno e in nessun momento della vita.
E’ nella malinconia che accompagna i momenti più felici, nella commozione che proviamo davanti alle gioie più grandi, è nella frenesia di tanta gente che cerca a tutti i costi di divertirsi… sta in quella sensazione di stanchezza che proviamo di fronte alla monotonia del quotidiano.

C’è una certa saggezza nella frase “Vivi come se tu dovessi morire subito. Pensa come se tu non dovessi morire mai.” (a me è arrivata firmata da Jim Morrison, in realtà è di Julius Evola).

Nel mio presente, mi pongo un dilemma molto più piccolo: se quello che sto scrivendo ora fosse l’ultima cosa che lascio sul mio computer, vorrei veramente che fosse l’ultima traccia che lascio di me?

La risposta è no. Quello che sto scrivendo non è ciò che vorrei i miei figli leggessero, non aggiunge e non toglie niente, non consola, non aiuta, non significa nulla.

Non è me.

Se avessi fretta di trasmettere loro qualcosa, non sarebbe in quelle sterili pagine.

Troverebbero me nelle Terre, ma non il tutto quello che è venuto dopo. E ciò che sono ora è già diverso.

Ci sono cose importanti da dire, da condividere, ma mi sono lasciata afferrare dall’illusione che qualche volta si possa scrivere per altri motivi.

No. Non si può, non basta il divertimento, né il bisogno di trovare una via di condivisione col pubblico.

Sono balle, perchè il pubblico non esiste, non esiste la scrittura per diletto fatta solo per un momento ludico: non esiste perchè il tempo non mi appartiene e non è mio diritto buttarlo via.

Il punto non è scrivere bene una storia, raccontare qualcosa, il punto è avere un obiettivo per cui narrare. Il resto non mi basta più.

Per come vivo ora, presa da un quotidiano vorticoso che lascia ben poco spazio alle riflessioni letterarie, mi sembra un’impresa impossibile arrivare a dare una forma a questa necessità che provo.
Non riesco a capire le modalità che mi permettono di esprimere il mio sentire.

Non trovo un genere a cui appartenere. Non posso affidarmi al fantasy: la mia idea di fantastico è lontanissima da quella che trovo oggi in libreria. Non mi rispecchio nella magia “malata” di realtà che va di moda, né nelle immagini cruente  e violente che piacciono tanto, nelle battaglie e nel sesso che fanno ormai da ingrediente fisso.

Una volta quella del fantastico, del fantasy ma anche della fantascienza, era la via che mi permetteva di raccontare, senza questa strada, lo ammetto, mi sento perduta. Nel romanzo d’amore, in quello, per lo meno, che ho assaggiato negli ultimi mesi, mi manca lo spessore giusto per andare oltre alla pura narrazione.

Intanto il sole è sorto.

Intorno a me è nata una mattina lattiginosa, calda, ancora silenziosa come solo la domenica d’estate può essere.

Al solitario canto del merlo, il primo a svegliare il mattino, si è sovrapposto il coro delle rondini affaccendate a ricamare il cielo bianco e lucente.

Anche a questo mio canto quasi notturno ora si aggiunge quello del giorno, con le sue mille incombenze, le attese e le aspettative. E il mio canto si spegne così com’è nato, nella splendida solitudine della notte.

E anche questa notte finisce, senza lasciare null’altro che un poco d’amarezza in più.

About Antonia Romagnoli

Antonia Romagnoli è autrice di romanzi rosa storici, fantasy e opere per l'infanzia. Fra le sue opere: "La dama in grigio", regency romance, la "Saga delle Terre", trilogia fantasy.

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