Le nostre memorie

Condividi con

Oggi, 27 gennaio, è la giornata dedicata alla Memoria.

Avevo pensato che avrei parlato, oggi, dell’orrore dell’Olocausto, stavo pensando a tanti argomenti interessanti, ma un evento personale ha cambiato tutto.

Voglio dedicare queste poche righe, scritte di corsa in una giornata strana, alla mia nonna, che ieri notte ci ha lasciati.

Mi aspettavo che a qualcuno scappasse detto “caspita, hai ancora la nonna??” vista la mia età non più fresca. Vecchia io, vecchissima la nonna: 95 anni. E nonostante questo, è riuscita a lasciarci improvvisamente, per un attacco d’asma che il suo corpo ormai stanco non ha superato, come aveva già fatto altre volte.

Ma oggi, oggi, non è  il giorno della memoria. È il giorno in cui voglio ricordarla, ricordare le nostre continue liti, perché non andavamo d’accordo, voglio ricordare quanto era forte e testarda, dietro al suo aspetto mite e al suo fare pauroso.

Ci ha lasciati nello stesso giorno in cui mio nonno avrebbe compiuto cento anni e ora me li immagino tutti e due, in cielo, a ballare il liscio e a bere lambrusco per festeggiare.

Mia nonna beveva lambrusco con tutto: con la carne e col pesce, nei festivi e a Natale.

Quando mio papà organizzava per le feste delicati e raffinati menù a base di pesce, portava in tavola bottiglie preziose abbinate da gran gourmet. Lei arrivava col suo bottiglione di rosso e guai a provare a darle altro.

La nonna non mangiava mai una porzione intera. Di tutto voleva una parte, una fetta, un “tuchei” e invariabilmente ne sganciava metà nel piatto a qualche malcapitato. La chiamavamo “unafetttinasottilelametà” e lei si offendeva. Ma nessuno voleva sederle vicino, perché ci ritrovavamo sempre i suoi avanzi, che lei, con fare serio come se stesse giurando, diceva di non aver nemmeno toccato. Ma allora, volavano? si materializzavano da soli? Questo è un mistero tuttora irrisolto.

Con la nonna abbiamo litigato tutti: mio padre, mio zio, io, i miei figli… ogni volta ci si riprometteva di non parlarsi mai e mai e mai più. Mezz’ora dopo si stava già litigando di nuovo per un altro motivo.

Fino all’attacco d’asma fatale, mia nonna ha sempre letto il giornale e lo ha reinterpretato per tutti noi. Sceglieva con cura le notizie e ce le raccontava come se fosse stata presente. Di solito la sua scelta era per fatti di cronaca, in primis donne anziane sole a cui accadevano le peggio cose. Chi cadeva e restava a terra per giorni, chi veniva rapinata, chi imbrogliata, chi picchiata dalla badante. Molte volte la narrazione aveva chiaro intento didascalico per noi, che non andavamo abbastanza spesso a trovarla. Se dico spesso, intendo qualcosa come una volta all’ora. Abitava in cortile nella nostra casa: calcolando che i parenti stretti che vivono qui sono una mezza dozzina, ciascuno con almeno una visitina al giorno se non di più, più lo zio che non ha mai trascurato un solo giorno la sua mamma, capite quanto affollata fosse la sua solitudine.

Ma lei era sola. Quando ci vedeva, ci diceva invariabilmente quanto fosse brutta la solitudine e quanto tempo fosse trascorso senza vedere nessuno. Poi, quando si accorgeva che non ci sentivamo abbastanza in colpa, ci raccontava di quanto si sentisse male. Alla fine non le credeva più nessuno, perché erano vent’anni che dichiarava imminente la morte.

Ora facciamo fatica a credere che sia morta davvero. Ma non ci si può dare torto.

Il fatto è che ha inciso così profondamente le nostre vite, le nostre abitudini, che cambiare sarà molto complicato.

Vivevamo in una sorta di simbiosi, da così tanto tempo, che ci sembrava una realtà immutabile e perenne. Così non poteva essere, non su questa terra. E ora il vuoto si sente, eccome. Ma è forte l’impressione che non se ne sia veramente andata.

Più di tutti, io la sento qui, presente. So quanto mi voleva bene, me lo ha dimostrato presentandosi, la notte in cui è morta, in un sogno d’addio.

Abbiamo litigato.

La sua morte, così come la sua vita, mi ha messo di fronte a un grande dilemma.

Io che scrivo e amo i finali positivi, mi sto rendendo conto che il lieto fine non esiste. Esiste un sollievo parziale dai dolori, dalle “cure”, ma la vita, in sé, non può averlo. Questo pensiero mi tormenta.

Mia nonna ha avuto una vita dura, ma piena: si è sposata col suo grande amore, a cui è stata legata fino alla fine dei suoi giorni; ha avuto dei figli, dei nipoti, dei bis nipoti. È stata circondata dai suoi cari fino alla fine. Ma ora? Non si può sfuggire dalla sofferenza, dalla malattia, dalla vecchiaia, anche con tutto l’amore del mondo. E più ami, più soffri, più temi e più perdi.

Dopotutto, mi sono detta, il lieto fine non esiste.

Poi, ieri, guardandola nel feretro, col viso sereno come da tempo non aveva, con le rughe (uno dei suoi crucci, quelle rughe, perchè ancora si truccava!) spianate, ho sentito nella mente la sua voce. Guarda, hai visto come mi vogliono tutti bene? diceva. E lo ripeteva spesso, quando noi famigliari le sembravamo ingrati e insensibili. Il macellaio, la fruttivendola… tutti la amavano più di noi. Guarda come mi vogliono tutti bene! diceva, e noi famigliari sbuffavamo.

Alla fine, credo, l’amore che si dà non va perduto mai. Come l’energia, non si distrugge ma si trasforma.

Non dico l’amore del macellaio, ma quello che, fra un bisticcio e l’altro, ci ha sempre tenuti uniti.

Dopotutto, mi dico, è il finale tragico che non esiste, perché viviamo per qualcosa di più grande che non finisce in una cassa.

Dopo tutto, dopo il dolore, la malattia, la vecchiaia, esiste l’amore. E quello a cui siamo chiamati è al di là di ogni aspettativa, di ogni lieto fine.

divder1

About Antonia Romagnoli

Antonia Romagnoli è autrice di romanzi rosa storici, fantasy e opere per l'infanzia. Fra le sue opere: "La dama in grigio", regency romance, la "Saga delle Terre", trilogia fantasy.

I commenti sono chiusi